Intessere rapporti con l’avvocato siracusano Piero Amara, finito da qualche tempo nel mirino della magistratura per fatti di corruzione, non ha segnato un avanzamento di carriera per alcuni, importanti, rappresentanti di Eni. Lo rivelano oggi alcuni audit resi noti dal “Corriere della Sera”, di cui l’azienda non ha voluto parlare. Ad esempio, l’ex numero tre della multinazionale del petrolio, capo degli affari legali dal 2005 al 2017, Massimo Mantovani, sarà trasferito negli uffici londinesi di una società legata a Eni. Mentre il suo ex vice, Vincenzo Larocca, ha lasciato la società dopo aver guidato, dal 2016 la Syndial, sezione ambientale di Eni. E non è tutto: anche su Antonio Vella, che attualmente si trova a capo della divisione “Esplorazione e produzione”, sono in corso delle verifiche, che fanno presagire a un declassamento.

Piero Amara

Amara, insomma, porta male. E non c’entra la cabala, né la superstizione. Il problema è che il 49enne avvocato siracusano, finito in carcere nel 2018 in seguito a un’inchiesta della Procura di Messina – che lo ritenne responsabile per aver pagato laute tangenti ad alcuni giudici del Consiglio di Stato (pena patteggiata) – ha ricevuto da Eni 11 milioni di parcelle nel periodo compreso fra il 2003 e il 2017. Oltre sette milioni negli ultimi sei anni, per 179 diverse prestazioni. Non era un semplice avvocato esterno di Eni. Come tanti. Bensì uno che coi suoi metodi poco ortodossi, e spesso borderline, poteva influenzare le decisioni e procurare vantaggi. I pm milanesi, per venire ai giorni nostri, lo hanno inserito in una “associazione a delinquere” finalizzata a “concordare un depistaggio” del processo sulle tangenti Eni in Nigeria, tramite “esposti anonimi e denunce nel 2015-2016 alla Procura di Siracusa” su un fantomatico “complotto contro l’amministratore delegato Eni Claudio Descalzi”. E la cavalcata di Amara in Eni non si arrestò nemmeno nel 2012, quando venne fuori che l’avvocato nel 2009 aveva patteggiato 11 mesi per “accesso abusivo a sistema informatico” della Procura antimafia di Catania. Nonostante le “macchie”, Eni continuò a dargli fiducia.

E ai vertici degli affari legali, Mantovani e Larocca, non fece paura nemmeno l’azione disciplinare che l’ex ministro della Giustizia Paola Severino istruì nel 2012 a carico di alcuni pm di Siracusa per rapporti tra loro familiari e lo stesso avvocato Amara nell’ambito delle energie alternative. Più ne combinava, più passava per “specchiato”. Più ci si fidava di lui. Tra Mantovani e Amara c’è qualcosa più di una semplice collaborazione. Forse un’amicizia, sospetta il “Corriere della Sera”. Il primo, che stando ad alcune intercettazioni non ricorda la data di quando si conobbero, manda il numero del fidato penalista a Stefano Speroni, un avvocato dello studio Dentons e oggi, casualmente, suo successore in Eni: “Ti contatterà un collega, Piero Amara, anche amico, è un penalista ma ha anche interessi come imprenditore e gli occorre assistenza per piccola cessione di società italiana ad americana, per cortesia aiutalo as you can!”. I due, Mantovani e Amara, ceneranno insieme nel periodo di Pasqua nel 2017, quando era già noto che il complotto anti-De Scalzi fosse stato innescato a Siracusa da una denuncia di Alessandro Ferraro, factotum di Amara, che era solito presentare denunce-false per radicare delle inchieste presso pm compiacenti. Amico, confidente, avvocato. Che terremotò l’Eni. E tutti ancora non ricordano: “Amara chi?”.