In Forza Italia c’è posto per tutti: l’ultimo ingresso è quello di Maria Monisteri, sindaco di Modica, che qualche settimana fa aveva rinnegato il proprio padrino politico – il presidente della prima commissione dell’Ars, Ignazio Abbate – abbandonando di gran corsa la Democrazia Cristiana di Cuffaro. Oggi, come il collega ragusano Cassì, e come l’ex segretario della Lega Minardo (pure lui della Contea), approda fra le braccia di Marcello Caruso e di Renato Schifani, con la benedizione – quella che conta – del segretario nazionale Antonio Tajani. “Siamo solo all’inizio”, promette Minardo.
Ma riuscirà Forza Italia – il partito del ‘meno siamo, meglio stiamo’ (almeno fino a qualche mese fa) – ad accogliere tutti? E a contenere la smania di protagonismo che, ad esempio all’Ars, rischia di travolgere l’azione di governo? Nella seduta dei lunghi coltelli, che ha visto la bocciatura della riforma dei Consorzi di Bonifica, non hanno votato almeno un paio di insospettabili: il siracusano Gennuso e la messinese Grasso, mentre la sindaca di Montevago, Margherita La Rocca Ruvolo, si era già distinta per qualche marachella (specie sulla sanità). Mentre nel corso del vertice di maggioranza del giorno dopo, persino il capogruppo Stefano Pellegrino è stato “crocifisso” da Schifani per alcune rivendicazioni ritenute too much.
La pancia del partito ribolle. Lo dimostrano il lungo e impenetrabile silenzio di Edy Tamajo (che continua a suscitare l’interesse delle imprese con bandi milionari); e l’attivismo di Marco Falcone, ex assessore all’Economia, oggi europarlamentare a Strasburgo, che un minuto dopo la modifica dello Statuto, ha annunciato la candidatura di un proprio esponente per la segreteria regionale. A proposito di segretari e reggenti: non si può ignorare che gli ultimi innesti azzurri portano in calce la firma di Marcello Caruso. Ossia l’attuale coordinatore regionale, la cui posizione – dopo il Consiglio nazionale della scorsa settimana – ha preso clamorosamente a vacillare.
A Caruso molti rinfacciano di non aver curato gli interessi del partito, specie del gruppo parlamentare dell’Ars, rispetto alle nomine degli assessori al Bilancio e alla Sanità, che infatti sono due tecnici (Dagnino e Faraoni). Ma è sotto la sua gestione, con l’ausilio della regia romana, che sono arrivati i nomi grossi: Cassì, Minardo, adesso Monisteri. “Questa adesione dimostra che anche in Sicilia siamo la casa naturale dei moderati – liberali e popolari – e il riferimento per gli amministratori attenti ai territori e alle persone – ha detto il diretto interessato -: la Sicilia moderata riconosce in noi uno spazio di azione politica e amministrativa credibile, seria e proiettata al futuro”.
È durante la gestione Caruso, nonostante l’iniziale diffidenza di Schifani, che Caterina Chinnici ha fatto il grande salto dal Pd a FI, approdando per la terza volta all’Europarlamento; e che i berluscones, mettendo a punto delle strane e profittevoli alleanze con Noi Moderati e il Mpa di Lombardo, ha raggiunto alle Europee il 23%. Può darsi che sia tutto casuale, ma a questo coordinatore un po’ anonimo, spesso ritenuto il ventriloquo del governatore, qualche merito va dato.
I meriti dell’ex renziano (e capo della segreteria tecnica del presidente della Regione), però, sono diventati affanni per l’azione del governo. Che Schifani vorrebbe procedesse spedita – da qui la richiesta agli assessori di rendere operative le leggi entro 30 giorni – ma che Forza Italia, talvolta assentandosi e talvolta votando contro con il voto segreto, ostacola. Per un Caruso che avanza, e che rischia davvero di diventare un po’ ingombrante, c’è uno Schifani che indietreggia. E il presidente – chi lo conosce lo sa – è uno che non riesce ad apprezzare particolarmente i successi altrui. Figurarsi se, alla lunga, ne appannano il gradimento personale…
Da qui a dire che il segugio Marcello potrebbe subire rancorose rivendicazioni ce ne passa. Ma è un dato di fatto che Forza Italia non sembra avere le ossa per sostenere una muscolatura così sviluppata. Nel corso dell’ultimo Congresso, Tajani ha plaudito al lavoro della coppia. Ma adesso siamo entrati in una fase nuova: quella in cui le medagliette appuntate al petto del coordinatore regionale, che nel 2024 è riuscito a staccare 13 mila tessere, la maggior parte ad Agrigento, potrebbero appannare il lavoro di un governo immobile. Che non riesce neppure a concordare una linea per approvare riforme da cui si discute da anni e che, per le barricate degli stessi partiti della maggioranza, fatica a trovare la quadra su 15 articoli da destinare alla manovra finanziaria, perché qualcuno dei deputati di centrodestra, forzisti compresi, fa i capricci.
Forza Italia, date le premesse numeriche e la solidità istituzionale, dovrebbe rappresentare il partito di governo per eccellenza. Essere riconoscibile e autorevole. Intestarsi le battaglie e non le mance. Magari, fare luce sulla questione morale. Invece è un gruppetto nutrito e chiassoso che si diverte a sgambettare il suo presidente e a mettere in ridicolo l’esecutivo (oltre che l’Assemblea, già fortemente condizionata da altri fattori). Forse Caruso ha dato il meglio da manager, ma non da allenatore. Forse Schifani non ha abbastanza energie da dedicare alla crescita del partito e della sua classe dirigente. Eppure tutti vogliono andare in Forza Italia: il nuovo eldorado di una politica a cui è rimasto solo il tifo e qualche poltroncina qua e là.