C’è una frase, tra le molte pronunciate dall’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice, che dovrebbe togliere il sonno a chi oggi ha responsabilità politiche: “La politica che si distacca dalla gente, dalla vita, diventa antipolitica, preda la città, la disperde”.
Non è retorica, non è omelia. È una diagnosi. E riguarda tutti noi.

Lorefice ha parlato con franchezza, e chi parla con franchezza va ascoltato sempre. Non si è limitato a elencare i guasti di questa terra, la disperazione dei giovani, l’assenza di futuro, la rassegnazione che diventa convenienza, la connivenza che diventa sistema. Ha denunciato un clima nel quale “proliferano le complicità che continuano a distruggere la nostra isola”. È un atto d’amore, non un atto d’accusa. E proprio per questo pesa di più.

Il silenzio del potere è una risposta peggiore della critica

Di fronte a un intervento così forte, ci saremmo aspettati un sussulto da parte di chi oggi governa le nostre istituzioni.
Invece, niente. Nessuna parola, nessun gesto, nemmeno un formale riscontro.
Un silenzio che fa rumore più del contenuto stesso del monito.

Avrebbero dovuto dire che sì, qualcosa non funziona; che sì, la distanza con la realtà esiste; che sì, questa terra non può essere governata solo da notabili, distribuendo incarichi, contributi, promesse e fedeltà. Avrebbero dovuto dire che il potere non è un fortino, che la politica non è un conto personale da amministrare.
Non lo hanno fatto.
E questo silenzio, oggi, è già una forma di ammissione.

Ma nemmeno l’opposizione può stare tranquilla

Il richiamo dell’arcivescovo non riguarda solo chi governa. Riguarda anche chi, come noi, dovrebbe rappresentare l’alternativa. La verità è che la politica siciliana, nel suo complesso, vive troppo spesso “nel bozzolo del potere”, come ha scritto Pumilia nel vostro giornale: chi sta al governo perché ci è dentro, chi fa opposizione perché ci gironzola intorno.

Noi invece dovremmo fare un’altra cosa: dovremmo raccogliere la sfida di Lorefice, non come un’occasione polemica ma come un test di verità. Dovremmo essere capaci di parlare a chi oggi non vota, la stragrande maggioranza dei cittadini, a chi non crede più, a chi si sente oggetto, non soggetto, della vita pubblica. A quelle periferie sociali, economiche e culturali che non chiedono favori ma dignità.

Se l’opposizione, e mi rivolgo a tutti, non sarà capace di fare questo, sarà corresponsabile tanto quanto il governo del declino che stiamo vivendo.

La politica come servizio, non come sopravvivenza.

Lorefice ha ricordato che “la politica è la forma più alta di carità”.
Lo abbiamo dimenticato.
Troppo spesso la politica è percepita come un’arena in cui schierarsi per prendere la propria quota, non uno spazio in cui mettersi al servizio della comunità. Un reddito da ricercare, senza militanza, senza idee guida, senza alcuna formazione.

Se un vescovo deve ricordarcelo, significa che la misura è colma.

Lorefice ci ha consegnato anche un’immagine potente: oltre la desertificazione c’è una grande strada.
È là che si deve andare.
È là che dobbiamo ricostruire fiducia, partecipazione, speranza.

Occorre utilizzare un linguaggio nuovo, unire ciò che oggi è frammentato, di coinvolgere i tanti che non si riconoscono nella brutta politica di chi ci governa ma che non trovano da nessuna parte uno spazio di ascolto.
Occorre prendere sul serio ciò che il vescovo ha detto ai giovani: “Riprendetevi il futuro. Tornate a votare, così aiuterete la politica a restare politica”.

Questa terra non si salva con gli slogan, ma con l’assunzione di responsabilità. Non con le rendite, ma con il coraggio. Non con i recinti, ma con le aperture.
Non possiamo permetterci di ignorare quel che Lorefice ci ha detto.
Non è facile che le sue parole producano un cambiamento, lo sappiamo.
Ma sarebbe imperdonabile far finta di niente.

Io credo che oggi la vera alternativa nasca così: non gridando più forte, ma ascoltando davvero. Non promettendo tutto, ma facendo ciò che è necessario. Non difendendo la politica, ma restituendole il suo senso.

Lorefice ci chiede di non rassegnarci.
E se c’è una speranza per il nostro Paese, nasce esattamente da qui: dal coraggio di rispondere.
Di metterci la faccia.
Di dire: abbiamo capito.
E da oggi si cambia.