Le sconfitte, nette e preventivabili, in Puglia e Campania, hanno inaugurato (ma non esauriscono) la “questione meridionale” di Giorgia Meloni. Qualche giorno fa, per cantargliene quattro durante la discussione alla Camera, Giuseppe Conte ha accennato alle vicende di Sicilia, dove “ve la fate con Cuffaro”. Mentre le ultime voci di corridoio provenienti dalla Capitale, indicano la premier adirata a tal punto per gli scandali di casa nostra, da non volerci più mettere più piede (né la faccia). Né per difendere Gaetano Galvagno, finito al centro di un’inchiesta per corruzione e peculato, tanto meno per Elvira Amata, l’assessore al Turismo che, stando alle accuse della procura, avrebbe barattato alcuni favoritismi (economici) per piazzare il nipote in una società di brokeraggio.
Meloni al Meridione non si fa vedere granché. E la destra, che alle ultime Europee aveva palesato qualche problema di tenuta (e comunque molti voti in meno rispetto al resto d’Italia) comincia a risentirne. Prendete il sondaggio di Swg sul gradimento dei leader e dei partiti siciliani: premesso che è stato commissionato da Ismaele La Vardera, e che pertanto non poteva mostrarsi sfavorevole all’ex Iena, ciò che emerge è l’equiparazione – sul piano dei numeri e delle percentuali – fra un partitino appena nato, Controcorrente, e Fratelli d’Italia: la distanza è di 4,5 punti. Ma i patrioti sono sotto il 20% e rischierebbero l’aggancio. Alle Europee hanno subìto persino il sorpasso di Forza Italia (che ha preso 50 mila voti in più) e, in generale, non se la passano granché.
Dimostra la recente inchiesta di Report, da cui emerge una guerra fra bande: da un lato Manlio Messina, già assessore e fresco fondatore di una compagnia aerea; dall’altro Luca Cannata, ex sindaco di Avola e mancato coordinatore regionale. In mezzo tante schegge impazzite, e un povero commissario – il romano Luca Sbardella – che non è ancora riuscito a sancire una tregua. Dentro Fratelli d’Italia esiste pure una corrente vicina a Musumeci, polemica sulla sanità e poco propensa a fare sconti (a Schifani); e una espressione di Ignazio La Russa, che stravede per Galvagno. Il quale, però, ha scelto di affidarsi a un entourage poco raccomandabile, con alcuni personaggi in cerca d’autore che – in cambio di un contributo finanziario – ricevevano incarichi e consulenze (Galvagno sostiene che lo facessero a sua insaputa e che lui, da bravo presidente dell’Ars, non ha mai raccomandato né segnalato alcuno).
I magistrati hanno chiesto il processo per lui e per l’assessore Amata, la quale – nonostante tutto – continua a rimanere al governo. E’ questo uno dei tanti motivi d’imbarazzo che avrebbe provocato lo strappo fra Giorgia Meloni e Ignazio La Russa. La presidente del Consiglio ha tutto da perdere. E altrove ha già perso. Un’analisi lucida di Enzo D’Errico, direttore del Corriere del Mezzogiorno, spiega perché Fratelli d’Italia, al Sud, non ha più quella spinta che ha generato il clamoroso risultato alle Politiche del 2022. E del perché Meloni abbia subito sconfitte, veri e propri rovesci elettorali, alle Regionali.
Non serve, secondo D’Errico, “scagliarsi contro il sistema di potere che la sinistra avrebbe costruito in Campania e Puglia negli ultimi anni: invocare tale attenuante, confermerebbe soltanto l’inerzia politica di chi avrebbe dovuto fronteggiarlo e non c’è riuscito”. Piuttosto, “il tessuto connettivo della destra meridionale è rimasto sostanzialmente quello dell’epoca missina e gli sporadici tentativi compiuti per mutarne la natura (con Giuseppe Tatarella in Puglia e Stefano Caldoro in Campania) non sono andati a buon fine”. Manca, secondo il giornalista, “una nuova classe dirigente capace d’imprimere la svolta indispensabile per sintonizzarsi sulle frequenze d’onda che giungono da Roma”. Anche perché “i signori delle tessere al timone di Fratelli d’Italia in queste regioni, sovente figli di una cultura ancora venata di nostalgie post-fasciste, badano più alla sopravvivenza di sé stessi che a modernizzare il partito e renderlo competitivo sul fronte elettorale, come evidenziano le tardive scelte dei candidati-governatori e la prova fallimentare, per quanto generosa, di Edmondo Cirielli”.
“Recidere oggi questi legami senza avere abbastanza filo per tessere nuovi intrecci – sostiene ancora D’Errico – significherebbe mettere a repentaglio l’unità interna e la tenuta elettorale: ecco perché Giorgia Meloni mantiene le distanze e centellina la sua presenza nel Sud, a meno che si tratti di comizi elettorali. Non a caso, Forza Italia ha puntato decisamente sul Mezzogiorno mettendo a frutto questa strutturale debolezza dell’alleato”. Ed è proprio vero che Forza Italia, a differenza di FdI, provi a costruire dal basso. Come fosse una squadra allenata da Pep Guardiola. Aver puntato sul calabrese Occhiuto per far saltare il banco, per svecchiare, per rinnovare i vertici di un partito ormai logoro e rottamare Tajani, è un atto di coraggio, di audacia. E anche di rispetto verso un’area che ha sempre garantito ai Berluscones risultati in doppia cifra.
E i patrioti? In Sicilia, al netto della destra catanese che trova rifugio nel solito Musumeci, si fatica a individuare un leader, intonso da scandali e clientele, che possa garantire al partito una crescita sul territorio. Tanto che per rimuovere la filigrana della vergogna, Giorgia ha dovuto rivolgersi a un commissario romano. Molti speravano in Galvagno. Ma il paternese doc, rampollo di La Russa, è lo stesso che nel giorno dell’anniversario di via D’Amelio, si è presentato col berretto all’indietro al matrimonio del figlio di Cuffaro. Piuttosto che onorare il giudice ucciso dalla mafia a Palermo, era a far festa a San Michele di Ganzaria (pensate che gioia la Meloni dopo quello scatto). Mentre il Balilla, dopo aver piantato il seme della corrente turistica di FdI nel cuore del governo siciliano, se n’è uscito denunciando un complotto contro di lui, e gioca a fare il bastian contrario (si è messo pure a frequentare i saloni liberal di Forza Italia). Insomma, non resta più nessuno.
Ecco perché la Meloni, dopo aver osservato con distacco il precipizio, ha scelto di non fare un passo avanti. Non può rompere, perché rischierebbe di restare senza truppe. Non può difendere, perché ogni parola diventerebbe una fotografia. E allora prende tempo. Si sottrae. Lascia che il Sud resti un problema irrisolto, da gestire con commissari e silenzi, più che con visione e classe dirigente. Ma la politica non ama il vuoto: qualcuno lo riempirà. E, al Mezzogiorno, Giorgia Meloni rischia di scoprire che il consenso perso non torna per inerzia.


