Il governatore arretra. Non fa passi indietro plateali – per quello basterebbe applicare il metodo Dc anche agli assessori con macchia (Amata e Sammartino) – ma aggiusta la rotta, smussa gli angoli, rivede i giudizi. Schifani, che prima della Finanziaria ha tenuto tutti sul filo per portare a casa la manovra, adesso mostra i primi segni di una strategia più difensiva. Il rimpasto resta un tema aperto, ma perde mordente; la Democrazia cristiana è fuori dalla giunta, ma le caselle liberate rischiano di diventare (solo) moneta di compensazione interna. E così i rapporti con gli alleati si fanno più freddi, soprattutto con chi, come il Mpa di Raffaele Lombardo, non garantisce più obbedienza automatica.

Il primo arretramento è quello più concreto: i due assessori tecnici di Forza Italia, nonostante siano invisi alla maggioranza dei berluscones, non si toccano. Dopo settimane di voci, smentite e retroscena, il messaggio che filtra è chiaro: Schifani non intende rinunciare a Dagnino e Faraoni. Né adesso né mai. Del primo ha anche tessuto le lodi, pubblicamente, durante gli auguri all’Astoria di Palermo. Forza Italia, però, va tenuta buona. Come? Uno degli assessorati “liberati” potrebbe finire proprio a compensare i malumori azzurri, più che a riequilibrare la coalizione. Il rimpasto, insomma, non nasce per rilanciare l’azione di governo, ma per tappare falle. L’ha ammesso lo stesso Schifani quando parla di “due caselle da riempire”, spiegando che gli interim non possono durare all’infinito perché producono immobilismo. Un atto dovuto, lo definisce. Ma l’atto dovuto rischia di trasformarsi nell’ennesima operazione notarile, senza alcuna ambizione politica.

Assegnare un assessorato ai forzisti, considerati i nomi in ballo (a partire da Michele Mancuso, vicino al governatore, o Bernardette Grasso), avrebbe un riscontro comunque nullo per l’area che fa capo a Giorgio Mulé e Marco Falcone. I quali avrebbero deciso, strategicamente ma non troppo, di astenersi dalla partita: “Noi non abbiamo richieste – ha detto Mulè, come riportato da Repubblica – anche perché non c’è un segretario regionale del partito, né una struttura. Scelga Schifani. Ne trarremo le conseguenze”. Sul prossimo congresso regionale si addensano le nubi di una spaccatura che è già in atto e che Schifani non riesce a risolvere: basterebbe un segnale, ma Caruso era a resta l’unico punto fermo di un partito senza guida e senz’anima.

Il secondo arretramento è più simbolico, ma non meno significativo: la rivalutazione del predecessore Nello Musumeci. Per mesi Schifani aveva segnato le distanze dal passato e rivendicato una discontinuità tutta da dimostrare. Adesso il tono cambia. Parlando dei “risultati economici della Sicilia”, certificati da agenzie di rating e centri studi, il governatore rivendica l’azzeramento del disavanzo e la creazione di un avanzo di oltre due miliardi, ma riconosce che “il trend di riduzione” è stato avviato dal governo precedente. Non solo: Musumeci diventa addirittura “l’amico”, destinatario di un “doppio grazie” per aver ridotto di tre miliardi il disavanzo nonostante la gestione del Covid. Un riconoscimento tardivo, ma eloquente. Segno che Schifani ha bisogno di allargare il perimetro delle legittimazioni – specie con l’area di FdI che fa capo al Ministro – e di ricucire con un pezzo di storia recente che fino a ieri veniva trattato come un fardello.

Sul fronte dei rapporti politici, il governatore sta provando a marcare i confini. Cateno De Luca resta “un avversario”, uno che ha votato la sfiducia e non la manovra. Nulla di personale, assicura Schifani: rispetto dei ruoli, chiarezza reciproca. Ma il messaggio è anche un altro: chi non vota, resta fuori. Più imbarazzata, invece, la gestione del caso Mpa. L’assenza dei voti autonomisti sulla manovra viene derubricata a “casualità”, a fatto “poco intellegibile” se interpretato politicamente. Lombardo che diserta i vertici di maggioranza? Nessun problema, “quando verrà, saremo felici di offrirgli un caffè”. Una battuta che tradisce nervosismo più che serenità. Perché se è vero che il Mpa esprime un assessore ed è formalmente in maggioranza, è altrettanto vero che la scintilla non è mai scattata.

Lombardo aveva chiesto una casella in giunta già dopo le Europee, puntando sull’ottimo risultato garantito a Caterina Chinnici e al patto federativo sottoscritto a livello nazionale con Tajani. Poi – a seguito delle note vicende che hanno comportato l’esclusione della Dc – si era lanciato nella proposta di azzerare tutto: anche in quel caso, palesemente ignorato. Dopo il caso Cuffaro e gli assessori trattati da “appestati”, dopo i distinguo sempre più evidenti dentro Forza Italia, dopo i “ricatti” posti dai patrioti lungo il cammino (a proposito: che fine ha fatto la richiesta di Sbardella di revocare Iacolino alla Pianificazione strategica? Schifani ha arretrato anche lì?), gli Autonomisti rischiano di diventare la prossima spina nel fianco di un governo che continua ad avere troppi problemi irrisolti. Ma che tuttavia continua a galleggiare come ha sempre fatto: col vento in poppa di chi non si sogna nemmeno per un attimo di rinunciare alla poltrona.