Alla vigilia di un rimpasto annunciato e mai confessato, il governo Schifani si ritrova davanti allo stesso bivio di sempre: scegliere se limitarsi a spostare pedine o provare davvero a bonificare i territori più contaminati del potere regionale. Due assessorati, più di altri, raccontano il problema strutturale della Sicilia governata come sistema di rendite: Turismo e Sanità. Due paludi.
Le voci che circolano in queste ore indicano entrambi come assessorati “a rischio”. E non è un caso. Daniela Faraoni, alla Sanità, è invisa a Forza Italia e a larghi settori del mondo dei privati convenzionati, con cui ha collezionato vertenze, scontri aperti e una lunga scia di malumori. Elvira Amata, al Turismo, è invece in attesa della decisione del giudice per l’udienza preliminare che dovrà stabilire se mandarla a processo per corruzione. In caso di rinvio a giudizio, la sua permanenza in giunta diventerebbe difficilmente difendibile anche per chi, finora, ha fatto finta di nulla. Al suo posto, si sussurra, potrebbe arrivare un’altra esponente di Fratelli d’Italia: la senatrice Ella Bucalo.
Ma la domanda vera non è chi entra o chi esce. È se basterà cambiare il nome sulla porta per rimuovere incrostazioni che si sono stratificate per anni.
Il Turismo, da otto anni, è il feudo più riconoscibile dei patrioti. Un assessorato trasformato in macchina di spesa e di consenso, dove non mancano gli esempi di clientele costose e poco redditizie. Cannes, SeeSicily, affidamenti diretti e consulenze creative: una sequenza che non ha prodotto solo figuracce mediatiche, ma ha finito per attirare anche l’attenzione dei giudici, penali e contabili. Il problema, ormai, non è più il singolo episodio, ma un modello consolidato. Cambiare l’assessore, mantenendo intatta la filiera politica che governa quel perimetro, rischia di essere poco più di un’operazione di maquillage mal riuscita.
Sul fronte della Sanità il quadro è ancora più cupo, perché il suo riflesso incide direttamente sulla carne viva dei cittadini che esigono più salute. La vicenda Cuffaro, con i suoi sviluppi giudiziari e i fili che continuano a emergere da dietro le quinte, ha riportato alla luce un sistema di potere che non ha alcun legame col merito. Un sistema che attraversa partiti, coinvolge pezzi della politica e si innesta senza troppi scrupoli negli equilibri della maggioranza.
Non è solo una questione giudiziaria. È una questione di modello. Su cui la Faraoni, una tecnica prestata alla politica (voluta da Schifani, ma anche dal suo vice Luca Sammartino), non è riuscita a incidere. E a ricordarlo, in questi giorni, è intervenuto anche il Codacons, fotografando il collasso dei pronto soccorso siciliani: barelle nei corridoi, sale d’attesa congestionate, pazienti costretti ad attendere dieci, dodici, quindici ore prima di essere visitati. Non un’emergenza episodica, ma una condizione strutturale. Il pronto soccorso, da primo presidio di tutela della salute, si è trasformato nel punto di massima sofferenza di una sanità schiacciata dalla carenza di personale, dalla riduzione dei posti letto e dal fallimento della medicina territoriale, incapace di intercettare e gestire i casi a bassa complessità.
Secondo l’associazione dei consumatori, alla base del collasso c’è una miscela ormai nota: pochi medici e infermieri, turni massacranti, pensionamenti non compensati, concorsi che restano scoperti, difficoltà croniche nel trasferire i pazienti verso i reparti per mancanza di posti letto. Il risultato è un imbuto permanente, in cui i flussi assistenziali si bloccano. A questo si aggiunge una distorsione evidente: mentre si dà priorità alle liste d’attesa, si riducono gli spazi per il ricovero, aggravando il sovraffollamento dei pronto soccorso. Ma la nuova rete ospedaliera, contestata da molti sindaci e anche da pezzi della maggioranza (Fdi in particolare) è ancora al vaglio del Ministero.
Il Codacons segnala anche un altro dato inquietante: nei pronto soccorso siciliani operano sempre più spesso medici giovani, motivati e preparati, ma chiamati a gestire situazioni cliniche complesse senza un adeguato affiancamento di figure esperte. Non una colpa individuale, ma l’effetto diretto di un sistema che, per tappare i buchi, scarica responsabilità enormi su chi è appena entrato in servizio. Le lunghe attese, avverte l’associazione, non sono solo un disagio organizzativo: diventano un rischio clinico, con diagnosi ritardate, quadri che peggiorano e cittadini sempre più spinti verso il privato, alimentando una sanità a doppia velocità.
Scandali ed emergenze, dunque, non sono due anomalie diverse. Fanno parte della stessa cornice. Un sistema opaco è anche un sistema fragile.
E qui si arriva al punto. Il rimpasto. Ammesso che si faccia davvero. Servirà a restituire dignità a due settori che la politica ha trattato come sistemi di potere più che come servizi pubblici? O sarà l’ennesima operazione di galleggiamento, utile a tenere insieme la coalizione ma incapace di incidere?
Schifani, che ama presentarsi come moralizzatore a corrente alternata – soprattutto quando c’è da colpire la Dc – avrà la forza di andare fino in fondo? Di rompere davvero con le logiche che hanno reso Turismo e Sanità due paludi impermeabili al cambiamento? Per farlo servirebbe una qualità rara: il coraggio. Quello che non si trova sugli alberi, ma si pratica nelle scelte quotidiane. Anche quando fanno male agli equilibri politici.


