L’avevano chiamata Democrazia cristiana. Ma del partito di De Gasperi, di Moro e di Piersanti Mattarella aveva poco o nulla. Era una formazione personale venuta meno con i problemi giudiziari di chi l’aveva creata ed era riuscito a darle consistenza numerica e potere rilevante.
L’indagine giudiziaria aveva indotto Schifani a mettere fuori dalla giunta gli assessori designati da Cuffaro, che pure erano immuni da responsabilità personali. Parve un moto di indignazione morale manifestato con invidiabile prontezza, in realtà era solo un esercizio di convenienza.
Schifani colse l’occasione per dare il colpo decisivo ad una forza di notevole capacità attrattiva per deputati con attitudine alla transizione, di ottima disposizione al potere e capace di creare problemi seri al traballante rapporto tra i partiti a dimensione nazionale.
Mentre prendeva le distanze dai cuffariani anche in modo ultroneo, come direbbe qualcuno, seppellendo l’ascia con la quale aveva assestato i colpi dello sdegno e dell’etica, il presidente della Regione tesseva un elogio sperticato di Fratelli d’Italia che, quanto a problemi morali, ne hanno una quantità rilevante che finora ha lasciato indifferente la loro leader nazionale e non ha creato alcun problema al governatore siciliano.
In questi ultimi giorni egli ribadisce di non volere tornare indietro, di non offrire spazio nel suo governo agli esponenti della Democrazia cristiana e tuttavia dichiara la propria stima per gli assessori estromessi e per gli altri esponenti del gruppo parlamentare.
Cerca di allettarli, di adescarli, di tenerli dentro la maggioranza ballerina o magari di portarli nel suo partito. È un disegno di piccolo cabotaggio, una prova di evidente, modesta furbizia. Schifani certifica che non c’è futuro per l’esperimento di Cuffaro, mette in atto un balletto indecoroso ma deve fare i conti con De Luca che, un giorno governativo, l’altro oppositore, sempre improbabile, si propone di federare il proprio gruppo con quello democristiano.
Sulla scena del “Sabba” rispunta perfino Cesa che, come di consueto, si fa trovare all’incrocio del sottobosco politico, tentando di assicurarsi uno spazio minimo per restare nel retrobottega, per avere qualcosa da scambiare al suo mercato. Non ha mai contato nulla, eppure ha sempre avuto la capacità di vivacchiare, di rimanere in controluce sulla scena nazionale.
Cerca di vivacchiare anche Schifani, di ingannare il tempo che lo separa dalle elezioni, di scansare le continue insidie della maggioranza sbrindellata, e poi magari di traghettare nella prossima legislatura.
Stare a Palazzo d’Orléans a guidare o a fingere di guidare la Regione è un allettamento irresistibile anche in un uomo della sua età e della sua esperienza. Ché dosando dinieghi e seduzione, indignazione morale e accomodamento alle convenienze nei confronti di coloro con i quali sa di non potere maramaldeggiare, immagina di passare la nottata e di trovare l’alba della nuova legislatura.


