È come se Antonio Tajani fosse sbarcato in Sicilia senza aver aperto un giornale. O, peggio, avendoli letti e avendo deciso di ignorarli. Il segretario nazionale di Forza Italia, arrivato nell’Isola per rassicurare un partito attraversato da malumori e tensioni, ha liquidato con una formula sbrigativa un tema che da queste parti non è mai neutro: la questione morale. «Non c’è nessuna questione morale che riguarda Forza Italia o la giunta siciliana, questi problemi li hanno tutti i partiti, in tutta Italia, in tutto il mondo. Io non sono per l’impunità, ma per il garantismo», ha detto il Ministro degli Esteri nelle sue vesti di segretario di partito.
Una dichiarazione che, più che chiarire una linea politica, ha finito per rimuovere il contesto. Tajani non si è soffermato granché sulla richiesta di arresto avanzata dalla Procura nei confronti del deputato regionale forzista Michele Mancuso, accusato di aver intascato tre mazzette in cambio di un finanziamento regionale («Indagato non significa colpevole. Si aspetta il terzo grado di giudizio, se si dimostra la colpevolezza si traggono le conseguenze»). Non ha speso una parola sulle accuse di corruzione e peculato che coinvolgono il presidente dell’Assemblea regionale, Gaetano Galvagno. Né ha commentato le vicende che investono Fratelli d’Italia, arrivata persino a interrogarsi sulla permanenza di Elvira Amata all’assessorato al Turismo, in attesa – il 2 marzo – della decisione del Gup sull’eventuale rinvio a giudizio.
Ma soprattutto Tajani ha ignorato – o scelto di ignorare – le mosse del presidente della Regione Renato Schifani, che appena qualche settimana fa ha deciso di escludere due assessori della sua giunta per le vicende giudiziarie che hanno travolto Totò Cuffaro e la Democrazia Cristiana: una storia che ruota attorno a corruzione, clientele e appalti pilotati nella sanità. Un gesto che, al netto delle valutazioni politiche, riconosceva l’esistenza di un problema. Eppure, con le sue parole, Tajani ha dato l’impressione di non riconoscere quelle vicende. O di affidarle, con una certa noncuranza, al tempo dei giudici. Che tanto – sembrerebbe il sottinteso – prima o poi chiariranno tutto.
Eppure Schifani, solo pochi giorni fa, aveva usato tutt’altro registro. Parlando della possibile reintegrazione della Dc in giunta, aveva detto: «Ascolterò doverosamente i deputati ma cercherò di capire con chi avrò le interlocuzioni politiche. Si tratta di un partito che è stato decapitato nei suoi vertici per via delle vicende giudiziarie che hanno colpito Totò Cuffaro e adesso c’è un segretario facente funzioni, Samorì, che però svolge l’ordinaria amministrazione».
Ancora più esplicita era stata la motivazione fornita per l’esclusione degli assessori Dc, Andrea Messina e Nuccia Albano. Segno che una ‘questione morale’ c’era eccome, sebbene il presidente avesse deciso di affrontarla con una forma di doppiopesismo (rispetto al perdono concesso agli esponenti di FdI): «Alla luce del quadro delle indagini che sta emergendo, riguardanti l’ex presidente della Regione Salvatore Cuffaro, ritengo doveroso riaffermare la necessità che il governo regionale operi nel segno della massima trasparenza, del rigore e della correttezza istituzionale, principi che rappresentano il fondamento stesso della buona amministrazione. In questa prospettiva, e fino a quando il quadro giudiziario non sarà pienamente chiarito, ritengo non sussistano le condizioni affinché gli assessori regionali espressione della Nuova Democrazia Cristiana possano continuare a svolgere il proprio incarico all’interno della giunta regionale».
E aveva precisato: «In momenti come questo, chi ha l’onore e la responsabilità di rappresentare i cittadini deve saper anteporre il bene collettivo e la credibilità delle istituzioni a ogni altra considerazione». Parole che vanno riprese integralmente, perché segnano una distanza netta rispetto al candore ostentato da Tajani (con la solita presunzione d’innocenza a fare da scudo a qualsiasi “peccato” di opportunità). Una distanza che emerge con chiarezza anche all’interno della stessa Forza Italia, che qualche settimana addietro si era lasciata scivolare addosso la vicenda di un altro parlamentare regionale, Gaspare Vitrano, su cui pende l’accusa di tentata violenza privata.
Ma che la questione morale riguardi anche Forza Italia lo si è capito a Sant’Agata di Militello, teatro di un’iniziativa sulla separazione delle carriere. Un palcoscenico dal quale il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, ragionando sulla vicenda che ha investito Michele Mancuso, ha messo nero su bianco una contraddizione difficilmente aggirabile: «Quando il presidente della Regione decise di escludere la Dc perché espressione di un modo di fare politica, ha sancito che evidentemente erano mancati i controlli». E sulla scelta di Schifani di estromettere i due assessori dall’esecutivo, Mulè è stato ancora più netto: «Se Forza Italia diventa giudice della Dc, deve diventare anche giudice di se stesso. A questo punto, per la fermezza delle decisioni che Schifani ha assunto, la linea di condotta deve essere dogmatica. Diventa un problema, perché rischi di essere eteroguidato da ciò che accade in altri palazzi».
Dunque, da un lato Tajani che nega l’esistenza stessa di una questione morale; dall’altro Schifani che la richiama esplicitamente parlando di responsabilità politica e morale; in mezzo, un dirigente nazionale come Mulè che ammette che quei fatti hanno rivelato falle nei controlli e avverte del rischio di una linea incoerente. E’ lungo questo crinale che si gioca la partita politica.
Va bene il garantismo, va bene il rifiuto delle scorciatoie giustizialiste. Ma resta una domanda inevasa: qual è, oggi, la linea di Forza Italia rispetto a un problema strutturale della Sicilia, dove il confine tra potere, consenso e gestione delle risorse pubbliche è da sempre fragile? Se per Tajani la questione morale non esiste, qualcuno dovrebbe spiegare perché, a Palermo, il suo stesso partito e il presidente della Regione continuano ad agire come se invece esistesse eccome.


