Iconico!
Per una volta il termine, grado zero della scrittura da marchetta-comunicato, non suona esagerato o fantozziano. Lo stilista Valentino Garavani, morto ieri a Roma, era nato a Voghera, città che ha regalato alla capitale e alla Nazione tutta tre personaggioni mica male. Lui, e poi Alberto Arbasino, e Maria Girani, poi mitica signora Angiolillo. Vivevano o operavano nel Dopoguerra in un raggio di duecento metri: Valentino nel favoloso palazzo Mignanelli a piazza di Spagna, dove oggi c’è la sua fondazione d’arte PM 23; la Angiolillo attaccata alla scalinata; Arbasino di là da Porta del Popolo.
Angiolillo non so, ma Arbasino e Valentino si conoscevano: stessa generazione, uno del ’30 e uno del ’32, entrambi enfant prodige (igonigi!), scampati alla provincia e diventati very internazionali. Oggi il Teatro Sociale di Voghera è stato ribattezzato proprio Valentino, grazie ai generosi restauri, ma a Voghera si ricordano ancora gli arrivi in Rolls Royce blu (di ritorno da Cannes) di Valentino, mentre un’altra Rolls, rossa, Vavà, come lo chiamavano gli amici, la sfoggiava negli anni del terrorismo. Tiè.
“Nato a Voghera, rinato a Roma”, teorizzava Arbasino. Same: con Giancarlo Giammetti, romano, Valentino aveva creato una coppia e un mito italiani. I vestiti, certo, partiti da una sartoria in via Gregoriana, inquilini di una signora un po’ gattara. Poi le clienti celebri, Hollywood, i grandi department store, l’abito di nozze di Jackie Kennedy. Ma i vestiti erano una parte di un business model e di un format forse più interessante nel suo insieme. Continua su ilfoglio.it


