Il falsario di Stato (SEM), di Nicola Biondo e Massimo Veneziani, racconta la storia di Toni Chichiarelli, falsario degli anni di piombo. Ma sarebbe un errore archiviarlo come personaggio eccentrico del sottobosco criminale. Chichiarelli è una figura rivelatrice: uno che ha capito, con anticipo, come funziona davvero il potere.

Il potere moderno, ancor più di quello antico, non si fonda sulla verità ma sulla credibilità. Non conta che qualcosa sia vero: conta che appaia plausibile dentro una catena di timbri, sigle, formulari, fonti “autorevoli”. La realtà non deve essere dimostrata. Deve essere certificata.

Il falso di Toni è perfetto perché non inventa: imita. Riproduce il linguaggio dello Stato meglio dello Stato stesso. Non produce contro-verità: produce versioni immediatamente spendibili. Il falso, quando è fatto bene, non mina l’ordine, lo integra.

Il comunicato del Lago della Duchessa, nel caso Moro, resta il suo capolavoro: per qualche ora l’Italia obbedisce a una voce che non esiste, ma che parla con il tono giusto. Un depistaggio? Certo. Ma soprattutto una lezione politica: la sovranità, ridotta a forma, può essere replicata. Ed è questo che rende il falsario intollerabile. Non perché mente. Ma perché mostra che l’autorità è imitabile. Finché il falso serve, lo si tollera. Quando rivela troppo, si elimina il falsario, non il falso.

Del resto lo Stato, in quella stagione, fa lo stesso dall’alto: per difendere la legalità, sospende la verità. Per mantenere l’ordine, accetta l’opacità. Non è un incidente. È un metodo. E qui l’aggancio siciliano non è metafora: è amministrazione ordinaria. In Sicilia la realtà pubblica è spesso una questione di versioni. Emergenze permanenti raccontate come gestione. Commissariamenti che diventano carriera. Cabine di regia, note, protocolli che valgono più dei risultati. Non importa che qualcosa funzioni: basta che risulti “attenzionato”. Basta che ci sia un comunicato. Basta che la voce sembri ufficiale. Un ciclone, quando arriva, spazza via le coste. Ma spesso porta via anche ciò che era già costruito sull’incuria: case, cemento e infrastrutture dove le mareggiate erano una certezza, non una sorpresa. La calamità naturale, tuttavia, almeno lascia macerie limpide.

Il falso politico fa di meglio: lascia tutto al suo posto e sposta il senso. Non produce rovine ma assuefazione.

Il libro di Biondo e Veneziani è disturbante proprio per questo. Perché suggerisce che il falsario non sia un corpo estraneo dello Stato. È una delle sue funzioni. Un reparto non dichiarato. E forse la domanda finale è la più semplice e la più siciliana: quanta parte della nostra vita pubblica è governata dai fatti, e quanta dalla loro imitazione credibile? Non a caso da questa storia è stato tratto anche il film di Stefano Ludovichi appena arrivato su Netflix, che nei titoli di coda rivendica la formula più onesta e più inquietante: “liberamente ispirato all’opera di Nicola Biondo e Massimo Veneziani”. Un falso dichiarato, un’imitazione autorizzata. Il depistaggio trasformato in genere.

In fondo, da noi il problema non è che circolino falsi. È che spesso sono indistinguibili dagli originali.