Il ciclone Harry e la frana di Niscemi non sono due eventi eccezionali. Sono, piuttosto, l’ennesima conferma di un problema strutturale che in Sicilia si ripresenta con una regolarità impressionante: l’emergenza arriva sempre prima dello Stato, e quando lo Stato arriva è spesso fuori tempo massimo. Non si tratta di fatalità, ma di una lunga sequenza di omissioni, ritardi e rimozioni che attraversano governi nazionali e regionali di segno diverso.

Nella cittadina del Nisseno – 25 mila abitanti in preda al panico – la terra è tornata a muoversi come aveva già fatto in passato. Lo ha fatto producendo una ferita profonda in una comunità che da decenni convive con un dissesto noto e raccontato. È questo il dato che rende difficile parlare di sorpresa o di evento imprevedibile. In questo contesto si inserisce la visita della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, arrivata dopo tre giorni, preceduta da un sorvolo in elicottero delle aree colpite insieme al capo della Protezione civile. Una presenza istituzionalmente corretta, ma tardiva, maturata dopo le polemiche sull’evidente differenza di trattamento rispetto ad altre calamità recenti, a partire da quelle che hanno colpito l’Emilia-Romagna (dove la Meloni si presentò addirittura con gli stivali di gomma).

Più vistosa, invece, è l’assenza del ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini. In una fase in cui il dissesto idrogeologico mostra tutte le fragilità del territorio siciliano, il titolare del dicastero che dovrebbe occuparsi di opere pubbliche e messa in sicurezza non ha ritenuto necessario recarsi nell’Isola. Una distanza che pesa, anche alla luce del dibattito mai risolto sull’utilizzo dei fondi FSC e sulla priorità assegnata al progetto del Ponte sullo Stretto rispetto alla manutenzione del territorio. I partiti dell’opposizione, e non soltanto loro, pretendono che il miliardo e 300 mila euro di co-finanziamento in capo alla Sicilia per la realizzazione del collegamento stabile, venga rimodulato per favorire la messa in sicurezza e la ricostruzione delle coste. Immaginate il segretario leghista perorare questa causa?

Ci sarebbe anche Antonio Tajani, che in Sicilia si era presentato qualche settimana fa per la liturgia cardinalizia di Forza Italia. Un momento utile a ricucire uno strappo di vecchia data. Il vicepremier avrebbe potuto sfruttare questo rinnovato legame con l’Isola, dando un cenno di solidarietà al presidente Schifani, scendendo in campo davvero, mettendo le mani in pasta. Dimostrandosi amico di un territorio (e non soltanto capo di un partito). Ma anche lui, evaporato.

Il caso più emblematico resta però quello di Nello Musumeci. Oggi ministro della Protezione civile, Musumeci ha definito quanto accaduto a Niscemi una “sciagura annunciata”, ricordando che la natura franosa del terreno era nota da decenni. Un’analisi corretta nei fatti, che però solleva una questione politica evidente: Musumeci (anche se sembra non ricordarsene) è stato presidente della Regione Siciliana dal 2017 al 2022. Cinque anni nei quali il dissesto di Niscemi non è stato risolto, né messo definitivamente in sicurezza. Alla domanda su cosa sia stato fatto in quegli anni, l’ex governatore – intervenuto sul Corriere della Sera – rivendica l’approvazione della legge urbanistica e osserva che il Comune di Niscemi non avrebbe sollevato formalmente il problema. Una risposta che lascia scoperto il nodo centrale: se il rischio era così noto, se era patrimonio di conoscenza diffusa, la prevenzione non poteva essere demandata a una segnalazione locale. È questo scarto, tra consapevolezza dichiarata e azione mancata, che rende difficile accettare oggi il ruolo di semplice commentatore.

Su questo punto ha insistito anche Fabrizio Micari, ex rettore di Palermo, parlando di una rimozione sistematica del passato istituzionale di Musumeci, come se la storia amministrativa della Sicilia si fosse interrotta alla fine del 2022. “Si prenda le sue responsabilità – dice l’esponente renziano -, con chi l’ha preceduta e chi l’ha seguita. Chieda scusa ai cittadini di Niscemi e la smetta con questo assurdo tentativo di rifarsi una verginità”. Musumeci, peraltro, è lo stesso Ministro che al grido disperato della Sicilia messa in ginocchio da Harry, ha risposto con 33 milioni – briciole – che si vanno ad aggiungere ai soldi messi sul piatto della Regione (due volte tanto).

Che Niscemi non fosse un caso isolato lo ha ricordato, sul Corriere, Gian Antonio Stella, ricostruendo una vicenda che affonda le radici nel Settecento e attraversa il Novecento fino ai crolli del 1997, quando interi quartieri furono evacuati e si parlò apertamente di errori urbanistici e mancate opere di regimentazione delle acque. Allora tutto apparve chiaro. Passata l’emergenza, però, gli interventi strutturali si fermarono, come spesso accade.

“«Dissesto idrogeologico, in Sicilia interventi per oltre 2 miliardi. L’Isola si candida a essere il modello di riferimento per la governance». Riletto oggi, due mesi dopo essere stato pubblicato sul Sole24ore, il titolo che annuncia l’impegno di Renato Schifani, proprio in quei giorni omaggiato dal suo assessore regionale Giuseppa Savarino col premio «Custode dell’Ambiente» (sic!), è una sberla in faccia. Una beffa. Sono decenni che si ripetono, queste promesse. – scrive Stella sul Corsera – E nessuno lo sa meglio degli abitanti di Niscemi, sbattuti sulle prime pagine di mezzo mondo per quella frana che tutti ma proprio tutti sapevano che, presto o tardi, si sarebbe ripetuta. Sono almeno 236 anni che la gente del posto sapeva di come fosse stato un grave errore costruire la cittadina lassù, sui colli argillosi che dominano Gela”.

Accanto ai protagonisti principali, c’è infine un livello più basso ma non irrilevante di latitanza: quello di una rappresentanza parlamentare spesso eletta in Sicilia e poi assente nei momenti cruciali. Figure paracadutate, elette nei collegi blindati, grazie all’accondiscendenza dei segretari di partito, che scompaiono quando il territorio chiede voce e presenza. Veri e propri predoni. Come Marta Fascina, eletta deputata a Marsala, solo per averci passato qualche estate da bambina; o Michela Vittoria Brambilla, gran protettrice degli animali, e capace di strappare un seggio nella sua (?) Gela. Idem per Stefania Craxi o Annamaria Furlan. Anche questo contribuisce a rafforzare la sensazione di distanza tra istituzioni e comunità colpite.

Niscemi non è una fatalità. È il risultato di una lunga stratificazione di responsabilità che nessuno si è mai assunto, di interventi rinviati, di emergenze affrontate solo quando diventano inevitabili. Il ciclone Harry ha solo riacceso una luce su un problema che non nasce oggi. La vera domanda, ancora una volta, non è chi arriva dopo, ma chi avrebbe potuto agire prima e non lo ha fatto.