La sanità siciliana è quanto di più lontano si possa immaginare da una gestione manageriale orientata ai bisogni dei cittadini. Non perché manchino tecnici, competenze o risorse – almeno sulla carta – ma perché tutto viene sistematicamente risucchiato in un vortice politico che inghiotte strutture, nomine, programmazione e perfino le emergenze. Un meccanismo che non governa, ma consuma.
L’ultimo tassello di questo puzzle prende forma al Dipartimento regionale della Pianificazione strategica, il vero snodo del potere sanitario. Salvatore Iacolino è in uscita, destinazione Policlinico di Messina. Ufficialmente un avvicendamento, nella sostanza l’esito di una resa dei conti politica. Fratelli d’Italia ne rivendica apertamente la “cacciata”, come se si trattasse di una vittoria di bandiera. E non è un dettaglio: perché la stessa forza politica, solo poche settimane fa, aveva giudicato inadeguata l’assessora Daniela Faraoni, provando a ipotecare l’assessorato alla Salute in vista del rimpasto. Il messaggio è chiaro: la sanità è terreno di conquista.
Il “caso Iacolino” non nasce oggi. Esplode nell’autunno scorso, quando gli assessori meloniani disertano la giunta per contestarne la riconferma. Da lì in avanti si apre una partita lunga mesi, in cui Fratelli d’Italia – dopo aver dato un avvertimento in Aula, affossando la manovra-quater di Schifani – strappa l’accordo: Iacolino lascia il Dipartimento, il presidente mantiene un impegno politico, i meloniani incassano il risultato. «Per noi Iacolino non era la persona giusta per stare in quel posto – rivendica oggi il commissario regionale di FdI, Luca Sbardella –. Il presidente Schifani aveva preso un impegno e l’ha mantenuto. Prendiamo atto che è una persona seria: se prende un impegno lo mantiene. C’è voluto un po’ di tempo, ma erano i tempi necessari, fisiologici». Pace e patta.
Peccato che, nel frattempo, la Pianificazione strategica resti ostaggio dell’incertezza, mentre si apre una competizione affollata per il dopo: Mario La Rocca, sponsorizzato dai soliti patrioti, è in pole; ma ci sono anche dirigenti interni, figure gradite al presidente, profili “romani”. Tra i papabili circola il nome dell’attuale direttore generale del Policlinico di Palermo, Maria Grazia Furnari: un’eventuale scelta che aprirebbe l’ennesima casella da riempire, replicando quanto già avvenuto con Daniela Faraoni, passata dall’Asp di Palermo all’assessorato regionale e sostituita solo dopo una vacatio di quasi un anno, colmata tardivamente con la nomina di Alberto Firenze. Un casting perenne – in attesa della rivoluzione annunciata da Schifani per la selezione dei manager – che dice tutto tranne una cosa: quale idea di sanità si voglia davvero costruire.
Questo gioco di incastri, con la politica arraffona sempre pronta a determinare i destini delle persone, è lo specchio di una sanità malata. Lo dimostra l’inchiesta che ha riportato Totò Cuffaro ai domiciliari, con accuse che toccano il cuore del sistema: rapporti opachi con imprenditori della sanità privata, interferenze, scambi di favori, un reticolo di potere che prospera dove il confine tra pubblico e privato dovrebbe essere più sorvegliato. Un metodo che rende la sanità strutturalmente permeabile alle pressioni politiche e agli interessi di parte.
Il riflesso di questo sistema si vede ogni giorno, lontano dai palazzi. Come nella vicenda della Cardiochirurgia pediatrica di Taormina, formalmente “salvata” – dopo mille proroghe – ma di fatto accorpata funzionalmente al Policlinico di Catania. Una scelta presentata come tecnica, figlia delle indicazioni ministeriali, ma vissuta sul territorio come un ridimensionamento. L’aggancio al Policlinico Rodolico-San Marco è motivato da numeri e casistiche che giustificano l’indicazione romana, ma non esauriscono il problema. Perché l’operazione incide sull’autonomia di un centro che negli anni ha costruito una propria identità clinica e territoriale all’ospedale San Vincenzo. Ed è su questo punto che si innesta la protesta. Il Movimento 5 Stelle parla apertamente di scippo, di decisioni calate dall’alto, di mancato confronto con la Commissione Sanità dell’Ars e di un riequilibrio territoriale che rischia di tradursi in un depotenziamento progressivo. La sanità, ancora una volta, diventa il terreno su cui si misurano i rapporti di forza.
E poi c’è il livello più crudo, quello dei Pronto soccorso. Le barelle che diventano stanze, le attese infinite, i rimpalli di responsabilità. Al Pronto soccorso dell’ospedale Cervello di Palermo, ieri, una perdita di una tubazione idrica nel controsoffitto ha provocato infiltrazioni e il cedimento di pannelli in cartongesso. Nel crollo è rimasta ferita un’operatrice socio-sanitaria, colpita al volto mentre metteva in salvo alcuni pazienti. L’area di emergenza è stata evacuata: 35 le persone presenti, con due codici arancioni e un indice di sovraffollamento pari al 175 per cento. La direzione ha parlato di un guasto prontamente riparato, ma l’episodio ha riacceso i riflettori sulla fragilità strutturale dei Pronto soccorso, proprio nei luoghi dove la pressione assistenziale è massima.
Il caso del paziente politraumatizzato rimasto otto giorni in un Pronto soccorso non idoneo a Barcellona Pozzo di Gotto, respinto da più ospedali per “mancanza di posti letto”, non è un’anomalia. Secondo quanto denunciato in un’interrogazione parlamentare da Matteo Sciotto (Sud chiama Nord), l’uomo – con gravi lesioni vascolari e pneumotorace – è rimasto per giorni in una struttura priva delle specializzazioni necessarie, nonostante le ripetute richieste di trasferimento verso centri adeguati. Milazzo, Papardo, Piemonte e Policlinico di Messina avrebbero rifiutato il ricovero. Nel frattempo, il paziente veniva trasferito avanti e indietro per consulenze, su ambulanze non idonee, in una gestione che contraddice apertamente il principio di centralizzazione per competenza previsto dalle norme sull’emergenza-urgenza. Non un caso isolato, ma la fotografia di un’organizzazione che si inceppa proprio dove dovrebbe essere più rapida e coordinata.
La verità è che in Sicilia la sanità non è pensata come un servizio pubblico da organizzare, ma come un potere da occupare. I cittadini non sono il centro del sistema: sono ciò che resta fuori dal vortice. E che, puntualmente, ne paga il prezzo.


