Dentro Fratelli d’Italia convivono in queste ore due traiettorie opposte. C’è quella discendente di Nello Musumeci, lasciato solo tra i banchi del governo durante l’informativa al Senato, e quella ascendente di Gaetano Galvagno, che prova a ritagliarsi un ruolo nazionale sfruttando l’emergenza siciliana. Due storie parallele, due modi diversi di abitare il potere, ma soprattutto il segnale di una fase in cui il partito della premier sembra ridefinire gerarchie, leadership e memoria.

Quella di Nello Musumeci è l’immagine di un’uscita quasi mesta. Di un capolinea politico che arriva al termine di settimane travagliate in cui l’ex presidente della Regione, oggi Ministro della Protezione civile, quasi disconosce il ruolo avuto dal 2017 al 2022, quand’era governatore. Freddo, quasi distaccato, come per sancire una separazione da quella terra che, nell’espressione politica dei capi bastione del centrodestra, gli ha impedito di ricandidarsi. I 33 milioni per le somme urgenze – briciole in confronto ai danni provocati dal ciclone Harry – non rappresentano una “sua” decisione, ma tutto ciò che ne è venuto dopo – dall’intervista sulla “tragedia annunciata” ai discorsi di ieri a Palazzo Madama – sono la cifra di un palcoscenico che scotta (e che scricchiola) e di un ruolo, quello di Ministro, che per poco non gli si è ritorto contro.

La Vardera e altri lo avevano accusato di sapere delle criticità di Niscemi, tanto da firmare il Piano di Assetto Idrogeologico 2022 (in cui si evidenziava il massimo del rischio), lui oggi va in difesa, dirottando l’attenzione altrove: “Non sono mancati gli sciacalli, anche in giacca e cravatta”. E ancora, rifiutando l’appellativo di “coniglio” che alcuni dell’opposizione gli avrebbero cucito addosso (anche Renzi è stato particolarmente critico): “Dire ‘coniglio’ a un uomo come me, che ha perso un figlio e che ha trovato il coraggio di rialzarsi e che da anni vive sotto scorta. Dire coniglio a me. Ci vuole davvero tanto, ci vuole davvero tanto”. E infine: “Il coraggio è il motto della mia vita, non sono il solo per carità, ma vorrei che nessuno si trovasse mai nelle condizioni in cui mi sono trovato io a misurare il mio coraggio e la mia voglia di guardare avanti e di rialzarmi”.

Nessuno nega la storia di Musumeci, le vicende personali (anche tristi), ma qui ci sono di mezzo le responsabilità istituzionali che lui, da governatore siciliano, non si sarebbe assunto fino in fondo. Le argomentazioni sul PAI, infatti, sarebbero servite solo a “coprire un quarto di secolo di inerzie, omissioni e sottovalutazioni di altri”. Meloni si è ritrovata un Ministro che, piuttosto di chiarire dov’era nel 2022 – quando per Niscemi sarebbe dovuto scattare un severo grido d’allarme – denuncia un complotto e accusa i sindaci che si sono succeduti nel tempo: “Per le autorità locali la frana del 1997 non presentava più alcun problema, bisogna capire perché”.

L’ex fondatore di Diventerà Bellissima, “trasferito” a Roma dopo aver dovuto rinunciare a Palazzo d’Orleans, ha provato a spiegare che “sotto la mia presidenza, la Regione siciliana ha impegnato il 90,7% dei 540 milioni che aveva a disposizione. Nella contabilità speciale la Regione siciliana, dal 2017 al 2022, è la prima regione in Italia per spesa contro le frane e il dissesto idrogeologico”. I numeri aiutano a difendersi. I fatti molto meno. “Le dichiarazioni del ministro Musumeci – è il commento di Anthony Barbagallo, segretario regionale del Pd – sono imbarazzanti e rappresentano l’ennesimo tentativo di scaricare responsabilità invece di assumere fino in fondo il ruolo che il suo incarico impone”.

Per un Musumeci che esce, e che non vede l’ora di dedicarsi ad altro, c’è un Galvagno che entra. A differenza dell’uno, che rischia di essere risucchiato nel vortice della polemica, c’è l’altro che usa questa circostanza per provare a recuperare terreno. Per lucidare un’immagine pubblica fortemente compromessa dagli scandali del suo “cerchio magico” e dall’inchiesta che lo coinvolge (e per la quale ha chiesto il giudizio immediato, by-passando l’udienza preliminare). L’enfant prodige di Fratelli d’Italia prova a riposizionarsi sulla rampa di lancio: le stories con il fidato autista che lo riaccompagnava a casa dopo una giornata in parlamento, oggi sono state sostituite dagli appelli accorati ai siciliani e alle istituzioni.

Il primo tentativo assai goffo è stato il lancio di una colletta per fare fronte ai danni del ciclone. Galvagno è stato a scandagliare i conti corrente della Regione, chiedendo di riattivarne uno che potesse contenere l’ondata di generosità degli italiani. Anziché chiedere ai suoi fedelissimi di restituire le somme ottenute per consulenze varie ed eventuali, ha cercato di fare breccia nel cuore dei cittadini che osservavano con smarrimento gli effetti del maltempo (anche perché – come ha sostenuto La Russa – la copertura mediatica ha lasciato parecchio a desiderare). Superata questa fase, è andato avanti: ha promosso riunioni, incontri, e ha sfoderato il meglio del repertorio convocando la Plenaria dei presidenti dei consigli regionali in una location non a caso: Niscemi.

Nella città che sta franando, dove circa 200 abitazioni andrebbero abbattute subito, e decine di famiglie non torneranno più a casa, il presidente dell’Assemblea ha scelto di fare sfilare auto blu ed esponenti delle istituzioni, mettendo in piedi il grande “circo”, per un appuntamento che – forse – aspira a rappresentare ciò che il G8 rappresentò per L’Aquila nel 2009. “Poche regioni d’Italia – ha detto – hanno compreso davvero quello che è accaduto in Sicilia e per questo ho voluto invitare i presidenti dei Consigli regionali a Niscemi. In quella occasione parleremo degli sfollati, degli agricoltori, dei pescatori, dei balneari, degli imprenditori tutti, delle necessità dei cittadini oltre che delle infrastrutture da ripristinare e delle misure straordinarie adottare”.

E all’indomani della visita, cosa potrebbe accadere? Donazioni a iosa? Provvedimenti che si spingano oltre le briciole? O un applauso all’ispiratore dell’incontro, e avanti con la prossima passerella?