Non si dovrebbe meravigliare chiunque conosca almeno un po’ le numerose relazioni sullo stato delle istituzioni e la qualità dell’azione amministrativa. Ultima quella del Cnel. In tutte si mette in evidenza il degradare della capacità di interventi di lungo termine a favore di misure concrete ed immediate che abbiano un destinatario individuato. In questo senso le azioni della protezione civile sono emblematiche, perché corrispondono in pieno al modello prevalente di attività delle amministrazioni. Consistente nel dare benefici, esenzioni, rinvii, sospensione di obblighi, in una parola nella più piena espressione dello Stato benefattore, autore della riparazione e del dono.

Già il dono, questa grande azione liturgica che deriva dall’antico “evergetismo” ellenistico, con la notevole differenza che la munificenza non è più solo a carico del privato ma riguarda la finanza pubblica o meglio, specie in Italia, il ricorso al debito. Atto non del principe ma del benefattore politico che sottintende una sottomissione, un riconoscimento di debito, una benevolenza scambiata con gratitudine, soprattutto elettorale. Esige un contraccambio, a differenza di quella da cui origina di richiamo divino che implica solo la grazia e l’amore di un dio buono e misericordioso.

Qui concretamente il beneficio invoca una riconoscenza, una sudditanza, una azione di ricambio. Somiglia anche alla “sparsio” dell’imperatore, la distribuzione casuale di monete d’oro alla folla plaudente. Come ci ha spiegato con dovizia di dettagli letterari e iconografici Jean Starobinski nel suo notevolissimo lavoro “Largesse”, tradotto in italiano dal Mulino col titolo molto appropriato di “A piene mani”. Il grande umanista, psicoanalista e letterato scomparso da pochi anni quasi centenario, ricorda che il dono può avere effetto fastoso ma anche nefasto.

Specie nell’epoca del sospetto e del risentimento in cui siamo immersi, il contraccambio atteso come ineluttabile determina un moto di ripulsa: o perché non si è beneficiari e si lamenta lo spreco, o perché non è abbastanza, o perché si misura la qualità dell’azione a partire dalla prevenzione mancata che ha determinato il danno o lo ha peggiorato. Tutte queste ragioni portano a comportamenti elusivi o di rigetto.

Come nel caso del voto ai Cinque Stelle che, trascinati da giovani persuasi che il lavoro non si può più trovare col merito, convinsero in Sicilia le famiglie a votare tumultuosamente per il reddito di cittadinanza. E poi abbandonarono Grillo e Conte al loro destino, preferendo fuggire nell’astensione o cercare nuovi padroni sempre più buoni. Infatti la cifra della crisi delle democrazie, alle nostre latitudini, induce a scappare via o a rifugiarsi nella servitù volontaria.

Basti pensare che solo negli ultimi tre anni hanno lasciato l’Isola più di quarantamila giovani. Ne deriva un decadimento della partecipazione che oggi porta al voto meno della metà degli aventi diritto e fa intravedere rari tumulti e, più spesso, vie di fuga. Alternative a uno stato di insoddisfazione per il lavoro che manca e l’immondizia che abbonda, come disse Sciascia. Una sfortuna che rimane tale nonostante la evidente buona volontà dei governi, oggi sotto la lente della magistratura penale per ritardi, omissioni, incertezze. Rimedio peggiore del danno.

Che allontana ancora di più le persone per bene e scoraggia i non certo numerosi personaggi capitati lì per caso, come disse Craxi di un giovanissimo Goria. E certo bisogna lodare la velocità con cui l’attuale governo regionale si è impegnato a reperire fondi per ristorare i danneggiati dal ciclone e dalla frana. Con il classico turbinio di danaro, senza obblighi di valutazione sullo stato contributivo e fiscale dei destinatari. Sono state espressamente escluse le dimostrazioni relative, con la giustificazione che occorre far presto, ma forse nella consapevolezza che molte piccole attività non sono in grado o non vogliono adeguarsi alle regole contributive e fiscali. Così va il mondo attuale.

E nel frattempo le altre opere di prevenzione, di messa in sicurezza, di protezione delle coste e degli argini, vanno a rilento, con oltre la metà del tempo persa nella fase di progettazione. Ricordo l’ormai trentennale precedente dell’ordinanza di protezione civile di Ciampi nel 1993: accanto alla presentazione della perizia giurata da parte di professionista sul danno mobiliare e immobiliare, risarcito immediatamente dalla prefettura, previde il restauro della Torre del Pulci. Un gioiello medievale danneggiato, come gli Uffizi, dalla bomba mafiosa che fece cinque vittime — tra cui la bambina Nencioni — e provocò danni all’intera via Lambertesca. Furono completati i lavori di restauro in tempi ridottissimi e con procedure ordinarie, avvalendosi della competenza e probità dell’ufficio statale del Genio civile.

A riprova che la qualità dell’azione amministrativa non può prescindere dalla sapienza degli addetti e che questa è frutto della prescrizione costituzionale del concorso per l’accesso alle pubbliche amministrazioni. Tutti ricordiamo come avvennero le assunzioni nella prima fase dell’autonomia e come si sia sempre cercato di eludere la norma costituzionale, considerando il concorso come strumento da aggirare per scegliersi personale fedele. Spinti da quella che Cassese ha recentemente ricordato come passion des postes, con riferimento alla sanità regionalizzata ma più in generale a tutto il meccanismo di approvvigionamento e promozione delle amministrazioni.

E così, mentre il tempo che passa aggrava i problemi e vengono alla luce episodi di malcostume e di inerzia micidiale, si continua in politica a raccogliere farfalle sotto l’arco di Tito, guerreggiando per posti e privilegi, per riconferme e avanzamenti di carriera. Nella piccola staia per pulcini che è divenuta l’arena politica.

Non ci resta che piangere, sperando che il vento cambi di fronte alle urgenze del mondo globale. Sennò saremo costretti a ricorrere alla ironia amara del detto: “Eravamo sull’orlo del baratro, ma per fortuna abbiamo fatto un passo avanti”. Come Niscemi.