Sant’Agata è Sant’Agata e a Catania basta la parola. La città etnea l’adora e all’inizio di ogni febbraio organizza una festa che non ha uguali in nessun altro angolo del mondo. La devozione – così profonda e così radicata – richiama migliaia di turisti e di fedeli, mobilita la Chiesa dei sacerdoti e dei vescovi, consente una religiosa passerella anche alla classe politica siciliana: dal sindaco Enrico Trantino all’ex sindaco Enzo Bianco, dal presidente dell’Ars, Gaetano Galvagno, al presidente della Regione, Renato Schifani. Ma c’è un catanese illustre, illustrissimo che non si lascia abbagliare dalle luci – tante, tantissime, sinceramente eccessive – della monumentale celebrazione. Anzi. E’ Francesco Merlo, editorialista principe di Repubblica e titolare della seguitissima rubrica “Posta e risposta”.
La polemica è andata in edicola in due giorni. E’ cominciata giovedì, quando un collaboratore di Linguaglossa, Andrea Cerra, gli chiede cosa possa rappresentare, nella “società liquida” che viviamo una celebrazione del genere. La risposta di Merlo è scioccante: “Le confesso che è una festa degenerata che mi ha sempre fatto orrore”, esordisce. “L’amatissimo don Resca, che purtroppo è mancato nel novembre scorso, con un piccolo gruppo di preti scappava via perché ‘lì c’è il Dio mafioso e non c’è il Dio cristiano’. Sognava una chiesa coraggiosa che distinguesse la religiosità dalla fede e dunque cacciasse da lì non solo i devoti mafiosi, ma i preti che sulla vara e sul fercolo raccolgono soldi e candele, mescolano le messe con le scommesse”. La conclusione è amarissima: “Io penso che sia la festa di un popolo non devoto ma disperato, come in Guatemala, in India, in Sudamerica: fumo, sai bianchi, le candelore portate a spalla, il tesoro, la cera sull’asfalto, e poi miracoli, guarigioni, bisogno di lavoro. Persino l’odore del caramello è stato sostituito dai fiumi infernali dell’arrosto di cavallo – ‘arrusti e mangia’: carne per comandare, carne per fottere, carne per mangiare”. Un ritratto impietoso.
Venerdì 6 febbraio, il secondo round. Gli scrive un sacerdote, Felice Bacco, di Canosa di Puglia. Il quale invita Merlo a considerare il fatto che con il nuovo Arcivescovo, Luigi Renna, c’è stato certamente un cambio di direzione. Ma l’editorialista di Repubblica non indietreggia. “E’ l’unica festa al mondo che è stata processata per mafia”, replica. Comunque ammette che il vescovo “combatte il paganesimo che affascinò Verga e De Roberto, il rito con la coda del diavolo”. Ma chiude la risposta senza indulgenze: “Quasi tutte le città siciliane hanno sante patrone: Agata, Rosalia, Lucia, Barbara, Venera. Il Comune di Catania candida la festa a patrimonio dell’umanità dell’Unesco: orrore”.


