Corrado Carnevale è morto a 96 anni, solo come era vissuto, ricordato da penosi trafiletti in pagina interna. E’ morto solo come si era ritrovato a vivere contro una campagna di accuse destinate all’insuccesso finale ma intanto in grado di distruggere lui e il suo lavoro processuale, riscrivendo secondo le intenzioni della corporazione togata vincente la storia d’Italia. Carnevale era un giudice palermitano formidabile, intrattabile, da tutti nella professione considerato capacissimo, il più giovane presidente di sezione penale della Cassazione, era uno che aveva risolto l’annoso arretrato burocratico in pochi mesi, un tremendo primo della classe, un conservatore che disprezzava la sua categoria come una folla di nullafacenti e di cretini non inclini ad applicare il diritto e la legge, con tutte le sue ovvie formalità, a qualunque caso criminale coinvolgesse qualunque imputato, fosse anche il peggiore dei mafiosi nella vulgata e nell’opinione comune. Carnevale era un uomo di destra ideologica, considerava la lotta alla mafia un’epica di falsa bandiera costruita dalla sinistra, un incubo antigiuridico per chi ha indosso una toga, non una divisa, e non deve né lottare, come diceva lui, né fare guerre alla criminalità, ma limitarsi ad applicare scrupolosamente la legge. Per questo fu chiamato con disprezzo l’Ammazzasentenze. Annullava sistematicamente, con disprezzo del pericolo e pertinacia quasi mostruosa, i verdetti che considerava ingiusti secondo il codice. Era la quintessenza dell’idea liberale dello stato di diritto. Infatti il grande populista Indro Montanelli, quando Carnevale fu condannato per il famigerato concorso esterno in mafia, condanna poi ridicolizzata da un proscioglimento pieno, disse con degnazione sostanzialista che a giudici come lui non importa nulla della giustizia, a loro basta la legge.

Mentre il grande liberale e radicale Marco Pannella giudicò quella condanna, perseguita e ottenuta per pochi mesi, fino all’assoluzione, dalla classe dirigente dell’epoca con l’uso dei pentiti di mafia, “un’esecuzione, una condanna ignobile, un momento del trionfo del neofascismo etico di sinistra”.

Stiamo parlando di un pezzo decisivo di storia italiana tra gli anni Ottanta e Novanta, quando infuriavano le guerre delle cosche, probi magistrati cadevano sotto i colpi dei picciotti e dei loro mandanti, i grandi delitti politici e le guerriglie tra i clan facevano centinaia di morti all’anno in Sicilia e non solo, mentre le campagne di delegittimazione politica guidate da Luciano Violante e Gian Carlo Caselli portarono alla fine della Repubblica dei partiti, quando la scelta era tra l’eroismo dei Falcone e dei Borsellino, uccisi nelle stragi mafiose e diventati emblemi di una pedagogia civile che quelli come Carnevale li scandalizzava, e la puntigliosa cattiveria, codice alla mano, di chi annullava o cercava di annullare i risultati della loro lotta alla Cupola di Riina e Brusca e Michele Greco, insieme a cento altri risultati processuali, anche nel campo delle stragi dette di stato e delle guerriglie che preparavano e cullavano l’avvento del terrorismo. Erano dibattimenti e conclusioni invalidati da testimonianze non verificate, da prove non portate in giudizio, da vizi di forma che nel processo sono, secondo i giudici come Carnevale, sostanza pura, e all’opinione pubblica, spicciativa, suonano invece come pretesti degli amici del crimine e dei criminali. Non c’era mai stata una campagna così fosca, triste, velenosa spietata contro un giudice e le sue decisioni in punto di diritto, prima che se la prendessero con Corrado Carnevale e cercassero con ogni mezzo di toglierlo di torno e aggiustare i processi che gli passavano tra le mani. Mai era stata elevata un’accusa così sfrontata, attraverso la personalizzazione di una gogna da infliggere a un nemico mortale con ogni tipo di insinuazione, di delazione inveritiera, di suggestione e di azione sicaria. Quella contro Carnevale fu per anni la marcia trionfale, con in testa la fanfara della Repubblica, di un esercito di furbi mestatori e benpensanti indisponibili a valutare i criteri e le procedure del diritto e favorevoli a una scelta sommaria che si metteva sotto i piedi ogni scrupolo. Il dramma è che sul piano della guerra al crimine, della sua sostanza, avevano perfettamente ragione i persecutori di Carnevale, e lui torto. Tutto il dramma che poi si riaffaccerà con le inchieste di Milano, nell’asse Milano-Palermo e nell’abbattimento definitivo della Prima Repubblica, tutto il bailamme che trova ora uno sfogo nel referendum sulla separazione delle carriere e sul ridimensionamento della magistratura politicizzata fu impostato e definito, nel dramma della giustizia ingiusta, o perseguita con mezzi antigiuridici, maturato, anzi esploso, negli anni di cui oggi i trafiletti si vergognano, gli anni di Corrado Carnevale, giudice che morì due volte.