Dopo il sorvolo in elicottero e i vertici istituzionali, Giorgia Meloni torna in Sicilia mentre Gaetano Galvagno convoca a Niscemi i presidenti dei Consigli regionali d’Italia: una platea vasta, autorevole, ma perfettamente inutile sul piano operativo. Davanti a un territorio che continua a muoversi e a decine di famiglie che non potranno più tornare a casa, la macchina istituzionale ha prodotto ciò che sa fare meglio quando il terreno trema: una passerella.
È stato Musumeci, durante un’apparizione televisiva, ad annunciare la seconda visita della premier. È accaduto a poche ore dalla denuncia della segretaria del Pd, Elly Schlein, che ha accusato il governo di aver trascorso il fine settimana a occuparsi della scaletta di Sanremo invece di spiegare come sostenere le oltre 1.500 persone sfollate e come far fronte ai due miliardi e mezzo di euro di danni provocati dal ciclone Harry. Parole dure, prevedibili, ma sufficienti a ottenere un risultato immediato: riportare la Sicilia dentro l’agenda politica.
Ed ecco allora la nuova visita della Meloni, destinata a ribadire la vicinanza dello Stato ma anche ad alleviare le difficoltà di un ministro – Musumeci, appunto – che continua a vacillare di fronte alla gravità degli eventi, che non riesce a garantire risposte certe e tempestive, ma solo precedenti da cui è difficile sbarazzarsi (come il silenzio di fronte a un Piano di Assetto Idrogeologico del 2022, quand’era governatore, che classificava Niscemi a rischio 4). L’unico atto del ministro per la Protezione civile, riguardo alla cittadina nissena, è la costituzione di una Commissione di studio con il compito, fra l’altro, “di approfondire le cause e l’evoluzione del movimento franoso che interessa il territorio (…), la velocità del relativo movimento e le condizioni di rischio residuo”.
Quella (annunciata) di Meloni non è solo una visita istituzionale. È anche il segnale di un partito che sceglie di non lasciare solo il ministro più esposto. La visita di Giorgia, tuttavia, fa parte di una serie di passaggi necessari, ma che, a forza di ripetersi sempre uguali, rischiano di trasformare la gestione dell’emergenza in una liturgia. Dentro questa cornice si muove con crescente disinvoltura Gaetano Galvagno, deciso a ritagliarsi un ruolo nazionale proprio mentre Fratelli d’Italia, in Sicilia, sembra alle prese con un silenzioso riassetto interno. Convocare la plenaria dei presidenti dei Consigli regionali nella città che franava è, prima di tutto, un gesto politico. Serve a dire che lo Stato c’è, che le istituzioni fanno quadrato, che l’attenzione non cala. Ma resta una domanda elementare: attenzione per fare cosa?
È la logica perfetta della passerella: ampia, partecipata, ma priva di conseguenze operative. Niscemi diventa il palcoscenico di un grande circo istituzionale, con auto blu al posto delle roulotte e dichiarazioni al posto degli applausi. Galvagno, che si era già reso protagonista con la storia della colletta per il maltempo, ha spiegato che poche regioni hanno compreso davvero ciò che è accaduto in Sicilia e che, per questo, i rappresentanti dei cittadini di tutta Italia devono vedere con i propri occhi. L’intenzione può anche apparire nobile, ma il rischio è evidente: trasformare la tragedia in uno show.
Il sospetto – neanche troppo nascosto – è che tutta questa mobilitazione serva anche a diluire le responsabilità e ad allargare il perimetro di una crisi che, fin qui, ha offerto poche risposte. Perché mentre la politica sfila, resta sullo sfondo una verità meno fotogenica: la sproporzione tra ciò che servirebbe davvero e ciò che viene messo in campo. “Sono passati 15 giorni – ha obiettato Cateno De Luca, sindaco di Taormina e leader di Sud chiama Nord – e ancora gli scienziati della Regione siciliana non ci hanno detto dove intendono prendere i soldi per i comuni colpiti dal ciclone Harry e per Niscemi”. Il suo gruppo ha presentato un Ddl da 100 milioni per colmare la lacuna.
Eppure i soldi, almeno in parte, ci sono. La Regione ha annunciato circa 90 milioni per la messa in sicurezza, lo Stato ne ha aggiunti 33 per gli interventi di somma urgenza (“briciole” che servono a mettere in sicurezza il territorio), ma la distanza rispetto ai danni resta enorme. E anche quando le risorse arrivano, non sempre prendono la strada della prevenzione. Negli anni contributi destinati a territori fragili hanno finanziato sagre, eventi, iniziative turistiche, promozione culturale: tutte attività legittime, finché il terreno regge. Poi il terreno cede e la politica riscopre la parola urgenza.
La calamità, a guardarla bene, segue sempre lo stesso copione: prima la tragedia, poi la conta dei danni, quindi la ricerca delle responsabilità e infine la promessa che “non accadrà più”. Nel mezzo, immancabili, le visite ufficiali. È il tempo della rappresentazione, in cui lo Stato si mostra, si racconta, si fotografa. Ma non necessariamente decide.
Dopo la plenaria dei presidenti dei Consigli regionali e dopo la seconda visita della premier arriveranno altre dichiarazioni, forse nuovi impegni, magari qualche cifra da annunciare. Poi le telecamere si spegneranno, le auto blu ripartiranno e Niscemi tornerà a fare i conti con la parte meno spettacolare della crisi: ricostruire, mettere in sicurezza, impedire che la prossima pioggia diventi un’altra emergenza. La politica, intanto, avrà fatto ciò che le riesce meglio: esserci per le foto.


