Distante dalla luce dei riflettori – che per il momento rimangono puntati su Niscemi e sul mezzo miliardo promesso da Schifani agli sfollati – la coalizione di centrodestra continua lentamente a consumarsi. All’Ars, già teatro di mille apparizioni, i “franchi tiratori” si confermano protagonisti, contribuendo a logorare ulteriormente la maggioranza.

È accaduto l’altro pomeriggio, durante l’approvazione del disegno di legge sugli enti locali: dopo l’articolo 1, già impallinato alcune settimane addietro, anche gli articoli 4 e 5 – rispettivamente l’indennità di funzione al secondo vicepresidente del Consiglio comunale e l’adeguamento delle indennità negli organi elettivi delle amministrazioni locali a seguito della pubblicazione di nuovi dati Istat – sono stati falcidiati dal voto segreto. Ed è accaduto nuovamente ieri, con l’articolo 10, che riguardava la digitalizzazione degli archivi documentali degli uffici tecnici comunali della Regione (solo la Lantieri ha votato a favore, 33 i contrari). Non norme marginali, ma tasselli che avrebbero dovuto dare coerenza a un disegno di legge già di per sé travagliato, che si trascina da oltre un anno e che avrebbe dovuto riformare in modo organico l’ordinamento degli enti locali siciliani.

Non sarà affatto così. L’unica norma ad aver superato il vaglio dell’Assemblea e del voto segreto è l’articolo 8, che fissa al 40 % la rappresentanza di genere nelle giunte comunali, adeguando la Sicilia a una normativa nazionale da tempo invocata. Una battaglia di dignità portata avanti da tutte le deputate – dal centrodestra al centrosinistra – e finalmente recepita dall’Assemblea. Ma che rischia di risultare inutile se dovesse crollare il resto dell’impianto legislativo (la seduta è stata rinviata a martedì prossimo).

Quando si toccano equilibri di potere e spazi di rappresentanza, infatti, la maggioranza smette di essere tale e diventa finzione. Più che un semplice passaggio legislativo, quello in corso somiglia sempre più a un test di resistenza. Perché i franchi tiratori non sono soltanto una categoria parlamentare, ma la manifestazione plastica di una maggioranza incapace di disciplinare i propri numeri quando la posta in gioco diventa concreta. E non è un caso che, da mesi, il rimpasto venga evocato come soluzione.

Ogni tentativo di ridisegnare la geografia della giunta viene però rimandato: al galleggiamento di Schifani, oltre alle questioni interne ai partiti, hanno contribuito il ciclone Harry e la frana di Niscemi, che hanno fatto slittare le questioni di lana caprina, assorbendo l’80 per cento delle attività istituzionali del presidente. Ma prima o poi quel cassetto bisognerà riaprirlo e il presidente della Regione rischia di trovarci dentro solo macerie.

Il primo tavolo di maggioranza era stato convocato per ieri in via Magliocco (anche per discutere delle prossime Amministrative), ma l’assenza del commissario regionale di Fratelli d’Italia, Luca Sbardella, ha fatto propendere per il rinvio. I patrioti costituiscono l’ossatura della maggioranza, ma non hanno ancora sciolto alcune questioni dirimenti: innanzi tutto sulla permanenza in giunta dell’assessore al Turismo Elvira Amata, per la quale si attende l’udienza del prossimo 2 marzo. In caso di rinvio a giudizio per corruzione, il partito della Meloni sarà costretto a sostituirla, nonostante l’assessore continui a vantare risultati eccezionali anche nelle vetrine nazionali come la Bit di Milano.

Se Amata – accusata di aver chiesto l’assunzione del nipote in una società vicina all’imprenditrice Marcela Cannariato, in cambio di una serie di contributi per iniziative ed eventi – vedesse prolungare la propria agonia giudiziaria, si profilerebbe un’altra eventualità: dover rinunciare al Turismo, che da otto anni è il terreno di caccia preferito di FdI. In cambio potrebbe arrivare una contropartita di sostanza come la Sanità: dopo l’addio di Iacolino al Dipartimento della Pianificazione strategica vacilla pure l’assessore Faraoni, su cui Sbardella ha già posto una pregiudiziale. Ma gli incastri sono troppo fitti e delicati: se ne parlerà più avanti.

L’altro elemento che pone a rischio gli equilibri del centrodestra è la posizione della DC. Il partito rimasto orfano di Cuffaro, tagliato immediatamente fuori dopo la misura cautelare inflitta all’ex governatore (era il 10 novembre quando vennero revocati gli assessori Albano e Messina), ha provato a darsi un minimo di organizzazione per garantire a Schifani di aver reciso i legami col suo passato. Un’operazione di maquillage politico (tre commissari in carica fino al congresso) che non sembra aver impressionato il presidente della Regione. Anche se l’allontanamento definitivo di Cateno De Luca costringe a una riflessione ulteriore: conviene, con questi numeri e a questo punto della legislatura, rinunciare al voto di sei parlamentari?

La risposta è già nella domanda, per questo la Democrazia Cristiana era stata invitata al vertice di ieri (poi saltato). Da qui a un rientro in giunta ce ne passa, anche se i post-cuffariani si sono sempre dimostrati leali, ad esempio votando la Finanziaria, nei confronti del governo. Ma il credito sta per esaurirsi e nel segreto dell’urna – come ha dimostrato anche Fratelli d’Italia – non si fanno prigionieri.

Ma ci sono altri due partiti che da qui al termine della legislatura potrebbero creare problemi. Il primo è Forza Italia, dove è profondo il solco tra i filogovernativi e i ribelli. La visita “cardinalizia” di Antonio Tajani, conclusa con l’iniziativa del Politeama, ha sancito una tregua che però diventa difficile da onorare: Falcone e i suoi speravano almeno nel riconoscimento di una delle caselle assessoriali rimaste vacanti, e di cui Schifani detiene l’interim da oltre quattro mesi. L’altro partito è il Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo, che anche in passato aveva chiesto maggiore rappresentatività in giunta: il voto dei suoi deputati non è apparso nel conteggio finale della Legge di Stabilità, messaggio difficile da fraintendere.

In questo clima, l’azione di governo si riduce sempre più spesso alla gestione delle emergenze, mentre la programmazione politica arretra. L’emergenza consente una temporanea ricomposizione del dissenso; governare, invece, richiederebbe scelte nette, redistribuzione di potere e decisioni impopolari, tutti ostacoli che la coalizione di centrodestra sembra al momento incapace di affrontare.