Mentre l’Ars faceva a pezzi, senza esitazioni, il ddl di riforma degli Enti locali (mettendo a rischio persino la norma sulla presenza del 40% di donne nelle giunte municipali), il presidente della Regione Renato Schifani era di rientro da Niscemi, dove si era recato per analizzare le misure di contrasto all’evento franoso. Ma in aula, prima che comparisse il vice Sammartino, non c’era nessuno del governo. Né Elvira Amata, in missione alla Bit di Milano per rappresentare il “meglio” dell’Isola; né l’assessore alle Autonomie locali (cioè Schifani, giacché il titolare – il dc Andrea Messina – era stato revocato nello scorso novembre).

Nel pomeriggio di ordinaria follia vissuto da Sala d’Ercole, però, mancava anche l’inquilino più importante: Gaetano Galvagno. Assente per un funerale (come ha spiegato il capogruppo di FdI e compagno di partito, Giorgio Assenza). E persino il cinque stelle Nuccio Di Paola, che solitamente ne fa le veci, ha lasciato lo scranno all’altra vice-presidente, Luisa Lantieri, che ha messo nero su bianco i numeri a fronte dell’ennesimo soppressivo: 33 a 1 per l’opposizione, anche grazie al contributo di otto franchi tiratori. Che non sono neppure così tanti rispetto a quelli che si erano espressi per la bocciatura dell’articolo 4 e dell’articolo 5, il giorno prima.

In un regime di anarchia totale, favorito dal clima bollente che avvolge la coalizione di governo, ognuno fa quello che crede: qualcuno, con pervicacia, persegue il disegno originario (le vendette e le imboscate); qualcun altro si inventa il “trappolone” per stanare i ribelli (estraendo il tesserino magnetico al momento della votazione). Giochini di una bassezza spropositata, che indurrebbero chiunque a una riflessione sullo stato della politica in Sicilia, o quanto meno del parlamento.

L’Ars, oltre a non produrre un bel niente sotto il profilo legislativo, è diventato il teatro di una guerra sotterranea, che ha accompagnato i primi tre anni del governo Schifani, indebolendo una maggioranza fantasma. Anche perché a Sala d’Ercole nessuno riesce a mediare: non ce la fa Schifani, sempre più un “ologramma”, nonostante l’imprinting parlamentarista accennato durante il discorso d’insediamento, nel 2022; non c’è riuscito Galvagno, azzoppato dall’inchiesta per corruzione della Procura di Palermo, diventato un bersaglio per le aperture generose nei confronti delle opposizioni e costretto ad ammettere la strafottenza dei parlamentari (“Questa finanziaria mi è arrivata con 134 articoli (…) non condivisi minimamente con me”, ha rivelato a dicembre).

Non ci riuscirà mai neppure Luca Sammartino, il cui ritorno in giunta – dopo 17 mesi di sospensione per effetto delle note vicende giudiziarie – è stato mal digerito da alcune anime del centrodestra, che si sono coalizzate per scalciare (FdI e Mpa). Il leghista, depositario della fiducia incondizionata di Schifani e titolare della delega ai rapporti con il Parlamento, era stato respinto una prima volta l’estate scorsa, quando la riforma dei Consorzi di Bonifica fu impallinata dai soliti noti allo striscione del via.

Neppure l’assessore all’Economia Alessandro Dagnino, pugnalato più volte su norme di sua ispirazione (come l’acquisto del Palazzo di via Cordova in cui ha sede la Corte dei Conti), è riuscito a domare l’aula. La figura di “tecnico”, indigesta alla politica, non ha mai giocato a suo favore, e pure la riscrittura frettolosa di un articolo durante la sessione finanziaria di dicembre, gli era costata l’accusa frontale di Galvagno: “Mi guardi negli occhi assessore, ho avuto fin troppa pazienza”.

Mentre nell’ultimo incidente d’aula, una fetta poderosa di forzisti ha avuto da ridire nei confronti del presidente della commissione Affari istituzionali, Ignazio Abbate, in quota DC: “Sembra disorientato e ha portato la maggioranza a sbattere – ha detto l’onorevole Nicola d’Agostino – perché era già chiaro in conferenza dei capigruppo che c’erano troppe divisioni interne al centrodestra su quasi tutti gli articoli del testo. L’articolo 10 del Ddl Enti Locali è una norma inutile, fuorviante e pleonastica, meglio votare contro che ritirare vigliaccamente il tesserino”. Insomma, all’interno di palazzo dei Normanni non esiste figura autorevole in grado di convincere tutti gli altri a ragionare, concertare o finanche votare iniziative meritevoli, che incontrino il favore di tutti (o quanto meno della maggioranza).

Quella in atto è una crisi di sistema che andrebbe risolta da qualcuno “in alto” – ma Schifani è assorbito completamente dalle emergenze – per evitare che la Sicilia finisca impantanata in una lunga ed estenuante campagna elettorale senza profitto. Ma di questa fase politica, per la verità, non fanno parte neppure i buoni propositi. I vertici di maggioranza, tanto invocati e poi cancellati, non servono a diradare la nebbia sulle priorità, ma ad accumulare fumo sulle prossime Amministrative. Non c’è un regista, non c’è un arbitro, non c’è una linea. Solo un equilibrio precario che regge grazie alle poltrone.