Se il centrodestra sprofonda in aula – non riuscendo a garantire l’adozione di un atto o una riforma neppure in maniera palese – ed è martoriato dalle inchieste giudiziarie, il centrosinistra non se la passa meglio. Tutt’altro. Partito Democratico e Movimento 5 Stelle sono ridotti a semplici spettatori, un po’ svampiti: non si intestano una battaglia, non sbugiardano le clientele, non costruiscono un’alternativa, non trovano neppure la forza di un confronto. Rimangono inermi, quasi subalterni, di fronte ai “gemelli diversi” che sono riusciti, di riffa o di raffa, a guadagnarsi il palcoscenico.

Da un lato Ismaele La Vardera, fresco candidato alla presidenza della Regione; dall’altro Cateno De Luca, tornato in auge dopo essersi inabissato per un anno e mezzo. Sono loro a infervorare la scena asfittica della politica siciliana, riempiendola di urla, invettive, esibizionismo, rivendicazioni antimafia e ospitate televisive. Forse non porteranno a nulla, perché entrambi puntano più sui reality che sulla realtà, si nutrono di like più che di consenso; ma almeno scalciano, rendono vivace la campagna elettorale prima dell’assolo, quasi scontato, del prossimo candidato del centrodestra (poco importa che si tratti di Schifani o di qualcun altro).

Ma la cosa peggiore è che i rappresentanti di Pd e Cinque Stelle partecipano, compiaciuti, alle iniziative dei due “rivali interni”, che non smettono di sputacchiare su ciò che rimane di questo campo largo. All’evento promosso dal leader di Controcorrente, La Vardera, era presente anche il referente regionali del M5s, Nuccio Di Paola. Che anziché prendere atto della fuga in avanti dell’ex alleato, e provare a gestirla, è tornato a recitare il solito copione: “Ritroviamoci attorno a un programma forte e unanimemente condiviso, pensiamo insieme a una squadra che dovrà attuarlo e dopo al candidato presidente che dovrà guidarla”. Il candidato? Fra un anno, almeno.

La Vardera ha spiegato di avere rassicurazioni da Roma sul fatto che la legislatura terminerà prima, già nel 2026, per questo Di Paola sarebbe già fuori tempo massimo. Alle officine Sandron di Palermo, in un sabato pomeriggio affollato, non c’erano esponenti del Pd né di Italia Viva, ma si sono visti quelli di Avs. I dem, invece, parteciparono all’iniziativa dello scorso 18 gennaio a Caltagirone, quando Cateno De Luca, già compagno di La Vardera in Sud chiama Nord, ha presentato il proprio governo di liberazione. “Dobbiamo ritrovarci sui programmi, sui contenuti e sulle idee per governare davvero la Sicilia. È il momento di andare avanti insieme e riprenderci il governo della Regione”, disse il capogruppo all’Ars, Michele Catanzaro. Un altro che crede alle favole.

Nell’ultimo mese niente è stato fatto in quell’ottica. Anzi. Si è dato a De Luca il tempo di ingranare le marce alte: a) rivelando il tentativo fuffa di Schifani (quattro assessori di centrodestra nella giunta di Messina in cambio di una casella in giunta alla Regione); b) facendo dimettere Federico Basile, sindaco di Messina, così da rivotare entro tre mesi; 3) dando ufficialmente il via alla campagna elettorale per le Regionali. Scateno, che per un anno aveva fatto da stampella al governo del “Re Sole” (ricevendo in cambio un fiume di finanziamenti per la sua roccaforte elettorale), è riuscito nell’impresa di mettere tutto il centrodestra d’accordo: contro di lui. E a sinistra? Nessuno fiata, nessuno s’indigna, nessuno rilancia. Tutti osservano da lontano, rinunciando a diventare l’ago della bilancia. Lasciando elettori ed elettrici allo sbando, senza riferimenti certi, senza leader riconoscibili.

Il centrosinistra s’è ridotto a proporre il voto segreto a Sala d’Ercole, prestando il fianco alla sete di vendetta dei ‘franchi tiratori’ (evento che ha comportato la paralisi dell’attività legislativa). Ma non riesce a spingersi oltre. Fra dem e contiani non c’è mai stata la scintilla, solo infatuazioni passeggere. “È arrivato il momento di mettere un punto, girare pagina e non commettere gli errori del passato, in particolare quelli del 2022”, ripetono a più riprese. Ma è esattamente quella la direzione verso cui si converge. Ricordate le primarie vinte da Caterina Chinnici – poi clamorosamente approdata a Forza Italia – e l’abbandono repentino dei grillini alla vigilia della campagna elettorale? Finì con una scoppola sonora: Chinnici terza, Di Paola quarto, e due partiti in frantumi.

Ci si è accontentati di qualche strapuntino nel Consiglio di presidenza, e di raccogliere un po’ di mance a fine anno, in occasione della Finanziaria. Fine. L’opposizione non esiste. L’unica vera opposizione al centrodestra è il centrodestra stesso. La Vardera e De Luca, che l’hanno capito, iniziano a sgomitare, aumentano il giro del motore, cavalcano la protesta, guardano con ostinazione (e strategia) alla propria rappresentanza parlamentare. Pur sapendo, soprattutto Scateno, che il tempo delle corse in solitaria è finito. “Sarei poco sincero, se dicessi che ho rinunciato alla presidenza – ha detto qualche giorno fa a ‘La Sicilia’ -, ma se si parte da questo, non si arriva da nessuna parte: ci sono più candidati alla presidenza che deputati. Preferisco fare un passo indietro, ma in una nuova e rinnovata coalizione che è d’accordo a cambiare la Sicilia”. Già, ma quale coalizione? E’ come parlare ai muri.