Doveva servire a rilanciare l’azione di governo e riabilitare il nome dell’esecutivo (e di Schifani) dopo la stagione degli scandali. Invece è diventato il rimpastino della resa. Schifani ha impiegato quasi sei mesi per tornare al punto di partenza, con una differenza: nel frattempo la sua maggioranza si è sfilacciata, la questione morale è stata archiviata senza nemmeno una formula di circostanza e il presidente, invece di rafforzarsi, si è consegnato all’immagine opposta. Quella di un governatore costretto ad aspettare Fratelli d’Italia, a rabbonire la Dc, a non scontentare Lombardo e infine a rifugiarsi nel proprio cerchio magico.
Il risultato è noto: Marcello Caruso alla Sanità, Nuccia Albano di nuovo alla Famiglia, Elisa Ingala alla Funzione pubblica e alle Autonomie locali. Tre nomi per chiudere la crisi, ma nessuna risposta per scioglierla. La giunta è di nuovo completa, come ha rivendicato Schifani. Ma completa non significa più forte. Tutt’altro.
Il primo dato politico è la sudditanza del presidente della Regione nei confronti di Fratelli d’Italia. Per settimane si è atteso il verdetto dei meloniani su Elvira Amata, rinviata a giudizio per corruzione e pronta a rimettere il mandato nelle mani del partito. Sembrava il casus belli del rimpasto, la leva per aprire davvero la questione della responsabilità (morale e politica). Invece FdI ha deciso che in Sicilia il rigore può attendere (a differenza di quanto accaduto a Roma con Santanché e Delmastro). Amata resta al Turismo, Sammartino – anch’egli a processo per corruzione – resta vicepresidente e assessore all’Agricoltura.
Il secondo nodo riguarda Forza Italia. La nomina di Caruso alla Sanità è la scelta più schifaniana possibile. L’ex coordinatore regionale azzurro, appena sostituito da Nino Minardo, entra nell’assessorato più pesante e più esposto, ma ci entra da uomo del presidente. Il risultato è che una parte di Forza Italia, quella che chiedeva rappresentanza e peso politico, resta fuori dalla porta (l’altro assessorato azzurro è appannaggio di Edy Tamajo e dell’ala che fa capo all’ex ministro Cardinale). La Sanità torna in mano al cerchio stretto di Palazzo d’Orléans. E chi si aspettava una redistribuzione del potere si ritrova davanti a un accentramento.
Non va molto meglio con la Democrazia Cristiana. Il ritorno di Nuccia Albano serve a ricucire formalmente lo strappo, ma non esaurisce il problema. Perché la Dc non chiedeva soltanto una casella, bensì lo stesso peso dei tempi che furono (quando a guidare la compagine fuori dai palazzi era Totò Cuffaro). Ignazio Abbate, Carmelo Pace e altri pezzi del partito avevano immaginato uno scenario diverso. Invece Schifani ha ripristinato l’antico assetto, riportando Albano nello stesso assessorato da cui era uscita dopo l’inchiesta che aveva travolto l’amico Totò. Perché sprecare sei mesi di tempo?
E poi il cuore del problema. Questo rimpasto cancella la questione morale dall’ordine del giorno. La presunzione d’innocenza è sacrosanta, ma la responsabilità politica è un’altra cosa. E quando diventa elastica, selettiva, negoziabile a seconda del partito interessato, smette di essere un principio e si trasforma in una toppa. Al Turismo, sede di scandali e sprechi, non cambia assolutamente nulla: al posto di guida rimane un’allieva del Balilla, rinviata a giudizio per corruzione (Marcella Cannariato è stata condannata a 2 anni e 6 mesi per aver favorito l’assunzione del nipote di Amata in cambio di un presunto finanziamento di 30 mila euro alla Fondazione Bellisario, di cui era portavoce). E pure la presidenza dell’Ars, nonostante i guai di Galvagno, rimarrà blindata fino al termine della legislatura.
Schifani ha chiuso la partita perché non poteva più tenerla aperta. Ma l’ha fatto nel modo più debole: cedendo a chi aveva alzato il prezzo, scontentando chi pretendeva spazio e scegliendo, per la delega più delicata, l’uomo più vicino a sé. Il rimpasto doveva servire a rimettere ordine. Ha certificato il disordine. L’ha scritto Barresi su La Sicilia: “Quella di Schifani non è una prova di forza, ma un segnale di debolezza. Tradito da FdI, minacciato da Lombardo e dagli orfani cuffariani, incalzato dai capi tribù di Forza Italia, alla fine s’è chiuso a riccio. E ha designato alla Salute, fonte inesauribile di guai, il fido Caruso (…) Scegliere lui per non scontentare nessuno ha però l’effetto di mettersi tutti contro. E di isolarsi nel bunker di Palazzo d’Orléans. Né marchese del grillo, né gallo cedrone. Ma piuttosto – pace all’anima di Forlani – coniglio mannaro”.



