Leggere “Palermo di chitarra e coltello” di Giuseppe Sottile, significa leggere la vita di un giornalista che ha incrociato la sua storia personale, fatta di ricordi struggenti, con la storia della sua città, fatta di morti di mafia e disillusione, ma anche di un fascino che ha incantato nei secoli scrittori e poeti. Sottile racconta, con il suo stile caldo e immaginifico, l’infanzia a Gangi, il seminario a Pedara, il ritorno a casa e l’ingaggio in un’orchestrina di paese. E poi il trasferimento a Palermo come cronista de L’Ora. Il suo viaggio si muove su due terreni principali: il paradiso e l’inferno.

D. La prima parte del libro è un bellissimo affresco di provincia.
R. «É proprio il paradiso, come dici tu. Questo incanto e disincanto, queste città di “granato e argento” che Borges disse di aver sognato in una notte senza tempo, quella che Gesualdo Bufalino chiama la Sicilia “dei balconi dalle lunghe lune”. E noi ragazzi venivamo da questa civiltà contadina, dove c’era la retorica del pane, perché tu non dicevi “vado a lavorare”, dicevi “vado a guadagnarmi il pane”. Quando mio padre mi porta al collegio dice “io mi levo il pane dalla bocca per darti la possibilità di studiare”, che per noi ragazzi di campagna significava affrancarsi dalla cultura della zappa».

D. La prima parte della sua vita finisce inevitabilmente perché tutti i protagonisti si disperdono.
R. «Doveva finire perché la condanna, nella metafora del racconto, è la “motolapa”, cioè L’Ape car, che arriva dalla città e sostituisce il lavoro del mulo e cambia la vita dei contadini. Mio padre vendeva le selle per i muli, immagina quanto quella rivoluzione industriale abbia influito su di lui. Ma, poco alla volta, riguarda anche il calzolaio, perché arrivano le scarpe del calzaturificio di Varese e lui finisce a lavorare in un’acciaieria in Germania. Lo stesso il sarto, perché arrivano i vestiti “Facis” da Prato, e lui finisce in Svizzera, dove si producono biscotti per diabetici».

D. La sua salvezza è proprio quella di avere studiato.
R. «Sì, perché mio padre mi ha mandato dai salesiani. All’epoca quella era la salvezza per i ragazzini, andare in seminario perché nel paesello non c’erano le scuole superiori. Dovevi fingere di avere la vocazione di farti prete».

D. Lei, però, si innamora di Fiorina. Le basta un suo saluto mentre si copre pudicamente il seno per farle “perdere” la vocazione.
R. «Fiorina era la figlia del barbiere. Il suo ricordo si muove nella mia mente fino a quando non arrivo al quinto anno del ginnasio. A quel punto, quando mio padre viene a trovarmi facendo sette ore di pullman, gli chiedo: “Papà, ma i preti si maritano?”. Lui capisce tutto, e allora facciamo la valigia e ce ne torniamo a casa».

D. Fiorina, però, non si fidanza con lei.
R. «Fiorina sogna l’America, si capisce quando arriva una lettera dello zio che vive nel Nuovo mondo. E, infatti, andrà a vivere lì e sposerà un carabiniere. E suo padre, ingenuamente, mi dirà: “Sai, si è sposata con un carabiniere, però ci ricorda sempre”».

D. Nella terza parte del libro ci si aspetta un finale conciliante, invece si legge la disillusione.
R. «Tieni conto che questo libro è il resoconto di sessant’anni di giornalismo a Palermo che hanno attraversato tre guerre di mafia. In 60 anni di mestiere ho raccontato 219 delitti. E mio figlio, Salvo, per il quale ho conservato i ritagli dei miei articoli, a 18 anni, anziché andare in discoteca a ballare, ha seguito come cronista nel maledetto 1992 l’omicidio di Salvo Lima, quello di Giovanni Falcone e quello di Paolo Borsellino. Capisci cos’è Palermo? E poi è cambiato il linguaggio. Prima noi giornalisti della carta stampata dovevamo inseguire il linguaggio della televisione, poi è arrivato il linguaggio dei social: oggi non capisci più assolutamente dove sta la verità».

D. Lei inizia scrivendo che “lo scrittore non è mai innocente”.
R. «Scegliere quale fatto raccontare fra i tanti che accadono è una scelta politica, non esiste l’obiettività dell’informazione. E l’arrivo dei social è come la Motolapa, l’Ape car, nella civiltà contadina».

D. Ma c’è un messaggio di speranza?
R. «(comincia a cantare “Fly me to the moon”, che era il pezzo forte della sua orchestrina, ndr). Certo: la musica, la letteratura, Borges, Bufalino, Lucio Piccolo. Torna l’incanto di quelle frasi, “la città di granato e argento”, la Sicilia “dei balconi dalle lunghe lune”. L’orchestrina che suona ai matrimoni e ai funerali, per accompagnare il defunto negli “inferi blandi”. C’è la pietas, c’è l’ultimo saluto con il rinfresco, e quella frase consolatoria ai parenti: “Mangiati il cannolo, tanto il cannolo non chiude al morto la porta del Paradiso e non apre quelle dell’inferno”».