L’arresto di Riccardo Gallo Afflitto nell’inchiesta sul Cefpas aggiunge un altro capitolo alla storia della corruzione, che la politica siciliana continua a trattare come una somma di incidenti individuali e fatica persino a nominare. Le carte, secondo l’accusa, parlano invece di favori e raccomandazioni, del potere usato come moneta di scambio e delle istituzioni trasformate in una risorsa privata.

Nell’attuale gruppo parlamentare di Forza Italia sono due i deputati che hanno conosciuto l’arresto (il primo era Michele Mancuso, accusato di aver fatto la “cresta” su contributi regionali destinati a un’associazione). Il dato non distribuisce patenti di colpevolezza, ma misura la vulnerabilità di un partito che controlla la presidenza della Regione, la Sanità, il Bilancio e una parte decisiva degli enti pubblici. Il Cefpas non è un organismo marginale: è un ente regionale inserito nel sistema sanitario. Ed è proprio in luoghi come questo che il confine tra il lecito e l’illecito rischia di sparire.

La prima prateria aperta alla corruzione è la sanità. Nell’inchiesta conclusa con il patteggiamento di Totò Cuffaro a tre anni, da scontare con l’affidamento ai servizi sociali, uno dei capitoli più pesanti riguarda il concorso per operatori sociosanitari a Villa Sofia. Secondo la Procura, l’ex segretario della Dc si sarebbe adoperato per condizionare la selezione e favorire alcuni candidati. La partita si intrecciava con quella per la conferma del direttore generale Roberto Colletti, sostenuta da Cuffaro attraverso la propria rete politica.

L’inchiesta sul Cefpas racconta lo stesso metodo da un’altra prospettiva. Gallo avrebbe utilizzato il proprio peso politico e i rapporti con i vertici dell’ente (Sanfilippo) anche per tentare di procurare un’assunzione alla moglie, e poi farla trasferire in una sede più vicina a casa. Cambiano gli interlocutori, non il principio: l’accesso al lavoro finisce per dipendere dal politico che segnala, telefona, tratta e garantisce.

La seconda prateria è il turismo, con il sistema di eventi e manifestazioni alimentato dai contributi pubblici. L’indagine è partita da Cannes e dai rapporti fra la Regione e la società lussemburghese Absolute Blue, ma i fatti contestati a Gaetano Galvagno riguardano un circuito ancora più vicino ai palazzi siciliani: da una parte i finanziamenti concessi dall’Ars; dall’altra, secondo la Procura, incarichi, consulenze e utilità destinate alle persone che gravitavano attorno al presidente dell’Assemblea.

I magistrati hanno ricostruito i contributi ottenuti dalle iniziative riconducibili all’imprenditrice Marcella Cannariato. Per “Un magico Natale”, attraverso la Fondazione Tommaso Dragotto, furono stanziati quasi 200 mila euro in due anni. Secondo l’accusa rappresentano il versante pubblico di accordi nei quali Galvagno e la sua ex portavoce Sabrina De Capitani avrebbero piegato le proprie funzioni agli interessi della Cannariato.

È qui che compare il metodo De Capitani. Non una semplice portavoce, ma quella che la Procura descrive come «intermediaria e facilitatrice» degli accordi contestati. Nel fascicolo compaiono un bonifico di 20.400 euro ricevuto dalla società Puntoeacapo, altre somme e un contratto con la Fondazione Federico II da 72 mila euro. In un’annotazione sulla ripartizione delle utilità si legge: «Sabrina 10.000, Ale 12.000, Marianna 12.200». Alessandro Alessi, Marianna Amato, De Capitani e Cannariato sono stati rinviati a giudizio per corruzione.

A spiegare il ruolo della ex portavoce sono anche le sue parole intercettate: «Io non mi devo dimenticare che lavoro per il partito e non per il Parlamento». E ancora: «Noi dobbiamo essere delle lobbiste». Galvagno disponeva del potere istituzionale; lei, secondo l’accusa, contribuiva a orientarlo, indicava le persone da coinvolgere e partecipava alla distribuzione delle utilità.

Il procedimento che riguarda Elvira Amata presenta un presunto scambio ancora più lineare. Nell’ottobre 2023 l’assessorato al Turismo concesse 30 mila euro a “Donna, economia e potere”, promossa dalla Fondazione Marisa Bellisario, di cui Cannariato era referente regionale. Il mese precedente, secondo la Procura, una società della stessa imprenditrice aveva assunto Tommaso Paolucci, nipote dell’assessora, garantendogli anche l’alloggio. Per l’accusa, il contributo pubblico e il posto di lavoro costituiscono le due parti dell’accordo corruttivo. Amata è stata rinviata a giudizio e il processo inizierà il 7 settembre.

Ma di questi temi la politica non parla. Nei giorni della memoria si torna alle stragi, ai boss, ai misteri del 1992. Tutto necessario. Ma molto più comodo che discutere delle sopraffazioni del presente, del clientelismo diventato un’abitudine, della corruzione appaltata alle procure.

Fratelli d’Italia organizza il 19 luglio a Palermo la quinta edizione di “Parlate di mafia”. Nel programma non c’è una sessione sulla corruzione che attraversa oggi i palazzi regionali. È come se mafia e illegalità appartenessero a piani separati. Eppure la relazione della commissione Antimafia dell’Ars dice l’opposto: una politica vulnerabile, una pubblica amministrazione fragile e l’assuefazione al favore creano il terreno in cui la criminalità si rigenera. Antonello Cracolici ha parlato di una Regione vissuta come un bancomat e di una crescente «domanda di Cuffarismo»: l’idea che tutto si possa fare e che tutto sia lecito (per i politici).

La mafia delle stragi aveva bisogno di armi ed esplosivo. Quella che prova a riorganizzarsi ha bisogno anche di istituzioni deboli, funzionari disponibili, politici ricattabili e cittadini educati al favore. Commemorare il passato senza guardare il presente significa costruire un’antimafia innocua. La magistratura farà il proprio lavoro. Ma la politica siciliana dovrebbe rispondere a una domanda: quante inchieste servono ancora prima di capire che il problema non sono soltanto gli imputati, ma il sistema che li rende possibili?