In Sicilia non manca l’efficienza. È soltanto distribuita male.

Sappiamo dopo ciò che dovremmo sapere prima, sappiamo prima ciò che dovremmo sapere dopo e ricordiamo per ventisette anni ciò che, avendone avuto il potere, avremmo potuto provare a fare.

In pochi giorni infatti abbiamo scoperto che gli allarmi funzionano ma vengono spenti, gli autisti vengono assunti ma non possono guidare e un ministro della Protezione civile, davanti a un aeroporto paralizzato dall’Etna, ci informa che aveva previsto il problema nel 1999.

Il problema della Sicilia, insomma, non sembra essere la mancanza di informazioni. È il momento in cui arrivano.

Renato Schifani, per esempio, dopo il furto di quattro Antonello da Messina al Museo regionale di Messina, ha annunciato: «Ho scoperto oggi che non è mai stato previsto alcun collegamento diretto con le forze di polizia». Oggi.

Il museo è regionale, il personale è regionale, la tutela è regionale e Schifani governa la Regione dal 2022. Ma evidentemente alcune informazioni seguono un iter amministrativo particolarmente complesso e arrivano al presidente soltanto dopo essere passate dai ladri.

L’allarme, invece, era arrivato puntuale. È scattato. Solo che, secondo quanto emerge, qualcuno lo ha spento invece di chiamare i carabinieri.

E pensare che Giorgio Mulè voleva trasferire in Sicilia un’altra opera di Antonello, l’Ecce Homo. In una botte di ferro!

È un magnifico riassunto della macchina pubblica siciliana: quando qualcosa funziona, bisogna intervenire immediatamente.

Lo dimostra l’AMAT. Palermo ha finalmente autobus nuovi, cresce il numero dei passeggeri, aumentano i turisti. Sembrerebbe quasi una buona notizia, e infatti si è provveduto subito a riequilibrare la situazione: mancano gli autisti.

Anzi, alcuni ci sarebbero pure. Ventidue vincitori di concorso, già assunti, risultano definitivamente inidonei alla guida. Pare che possano essere molti di più. Autisti che non possono guidare.

Si è pensato allora di utilizzarli per controllare le strisce blu, ma molti sarebbero inabili pure a quello.

A Messina scoprono come funziona la sicurezza dopo che sono spariti i quadri. All’AMAT scoprono che gli autisti non possono guidare dopo averli assunti. È una questione di fuso orario amministrativo.

Poi c’è chi riesce a essere contemporaneamente in anticipo e in ritardo di ventisette anni.

Nello Musumeci ci ricorda infatti che nel 1999, quando era presidente della Provincia di Catania, propose di spostare l’aeroporto di Fontanarossa. Nessuno gli diede retta.

La cosa sarebbe molto interessante se nel frattempo Musumeci avesse fatto il commercialista. Invece è stato presidente della Provincia, poi per cinque anni presidente della Regione Siciliana e infine ministro della Repubblica. Per una coincidenza che rasenta la provocazione, ministro della Protezione civile.

E oggi, davanti all’ennesima eruzione dell’Etna e ai passeggeri accampati a Fontanarossa, spiega che lui l’aveva detto, mentre l’assessore regionale del suo stesso partito si vanta di aver messo in piedi “una macchina straordinaria”.

È come se Schifani, fra ventisette anni, davanti al prossimo furto in un museo, ricordasse con amarezza che nell’agosto del 2026 aveva scoperto che gli allarmi non erano collegati alla polizia.

Musumeci sostiene che «ad essere fuori posto non è il vulcano ma l’aeroporto». Possibile. Certamente in questi giorni parecchie cose sembrano fuori posto: gli autisti lontani dal volante, i custodi senza un collegamento diretto con le forze dell’ordine e le responsabilità sempre qualche piano più sotto di chi governa.

Schifani infatti ha già avvertito: «Chi ha sbagliato paga».

Frase sacrosanta, ma da maneggiare con cautela. Perché se si comincia davvero a risalire la catena delle responsabilità, prima o poi si rischia di incontrare qualcuno che non può sostenere di essere appena arrivato.

È questo forse il tratto più irresistibile di queste storie: nessuno sembra mai essere nel posto giusto al momento giusto.

Pirandello costruiva i suoi personaggi sul conflitto fra ciò che sono e ciò che credono di essere. Noi siamo andati oltre.

Abbiamo autisti che sono autisti ma non possono fare gli autisti, responsabili che sono responsabili ma scoprono le cose dai giornali e uomini di governo che, dopo una vita al governo, parlano come pensionati al bar: «Io l’avevo detto».

Il Louvre, ha detto Schifani, non può essere un alibi. Giusto.

A questo punto neanche Pirandello.