Gli italiani alle vongole che facevano schifo a quelli de Il Mondo – il settimanale di Mario Pannunzio, simbolo della superiorità antropologica della sinistra liberal progressista – grazie alla nota vicenda Lavitola-Ranucci vivono oggi la loro rivincita.

Se il social-marxismo internazionale ha elargito la riabilitazione ai mugichi, ai controrivoluzionari e ai capitalisti financo – come in Cina, dove tutto è mercato – il pieno reintegro sociale presso la ZTL, in Italia, se lo guadagnano proprio gli italiani alle vongole.

Più che i gustosi mitili sono quelli che se ne nutrono a essere redenti rispetto all’anatema con cui nel 1952 Pannunzio condannava una società corriva, indolente e losca.

Una vera e propria torsione mentale se si considera anche il fondamentale dettaglio e cioè che da quella rivista che fu cattedra di indignazione e di reprimende morali ebbero a generarsi L’Espresso che con Manlio Cancogni, nel 1955 ritraendosi da Roma titolava “Capitale corrotta, nazione infetta” e poi ancora – dettaglio tra i dettagli – La Repubblica.

Ed è il quotidiano fondato dal grandissimo Eugenio Scalfari, col suo direttore di oggi, Stefano Cappellini seduto ai tavoli di Lavitola, a inverare quel qualcosa di più che una nemesi. Scalfari, in forza di modernità e glamour, a suo tempo seppe dare quella certa idea dell’Italia dove la matita era quella di Giorgio Forattini, il binocolo con cui scrutare la Balena bianca della DC era quello di Giampaolo Pansa e l’editore, infine, era il principe Carlo Caracciolo, già partigiano, che non si sottraeva all’amicizia col fascistissimo collega editore Peppino Ciarrapico senza mai diventare – pur stando sempre insieme – l’uno il Lavitola dell’altro.

Una certa idea dell’Italia, quella di Scalfari, condivisa dall’altro grande figlio di quella matrice etica, ovvero Paolo Mieli – anch’egli seduto ai tavoli di Lavitola – già protagonista all’Espresso nella più smagliante stagione, spiritosamente avverso sempre alle ugge e però bravissimo a far emergere la viva contraddizione in punto di vongole, opportunamente sgusciate.

Il lettore ci perdoni la divagazione ma Karl Marx qui s’impone: quando lo sviluppo di forze produttive – i sondaggi commissionati da Valter Lavitola su Sigfrido Ranucci – e la crisi strutturale della società (in questo specifico caso il ritardo del “campo largo” di darsi un leader), vanno a saldarsi nella crescente socializzazione (cioè andare la sera al Cefalù Bistrot di Lavitola e non più scalfarianamente in via Veneto), ecco che s’innesca la rivoluzione marxiana. Ma nell’unica forma possibile a Roma: farsi “du spaghi”.

Un cedimento, dunque, a quella indolenza tipica degli italiani alle vongole che risulta nemesi e non trasformismo perché sia l’uno che l’altro dei degni eredi di Pannunzio, ossa Mieli e Cappellini – entrambi dotati di estrema simpatia e magnanima liberalità – sono il Gatto e la Volpe di Lavitola che non è Pinocchio, piuttosto Lucignolo, consapevoli entrambi di abitare quella Città de’ balocchi qual è la Roma del potere dalla quale è sempre sano tenersi alla larga a meno di essere spettatori, giusto per gusto di Commedia, e di avere sullo stomaco, più che pelo, una vera e propria moquette. E così digerire tutto. Gusci di vongole comprese.