Ci sono quasi tremila dipendenti, ma mancano gli autisti. Ci sono centinaia di ambulanze, ma ogni giorno una parte rimane ferma. E quando la coperta diventa corta, si chiamano i mezzi esterni, con costi a carico della Regione. È il prodigio della Seus, la partecipata che gestisce uomini, mezzi e logistica del 118 siciliano: costa oltre 130 milioni l’anno e adesso potrà assumere altre 344 persone grazie a una deroga approvata appositamente dall’Ars.
A scoperchiare il sistema è stata un’ispezione regionale nel bacino Catania-Ragusa-Siracusa. Il quadro descritto dagli ispettori è pesante: da cinque a venti ambulanze ferme ogni giorno, equipaggi assenti, guasti, ritardi nelle sostituzioni e mezzi bloccati fino a nove ore davanti ai pronto soccorso. Una “significativa riduzione della capacità operativa del sistema di emergenza territoriale”, hanno scritto. Gli uffici del Dipartimento per le Attività sanitarie e Osservatorio epidemiologico (Dasoe), di fronte a criticità definite “gravi e perduranti”, sono arrivati a proporre di valutare la rimozione dei vertici della società.
La Seus respinge tutto. Il presidente Riccardo Castro sostiene che non ci sia mai stata una vera ispezione nella società: gli accertamenti sarebbero stati condotti soltanto nella Centrale operativa di Catania, sulla base dei documenti forniti dalla direttrice Isabella Bartoli. La quale, a sua volta, afferma di avere denunciato per anni ambulanze ferme e difficoltà rimaste senza risposta. Così, mentre il 118 arranca, è già cominciata la gara più efficiente del sistema sanitario siciliano: lo scaricabarile.
Le competenze, in effetti, sono distribuite. Le Centrali operative ricevono le richieste e decidono quali e quanti mezzi inviare. Medici e infermieri dipendono dalle aziende sanitarie. La Seus gestisce invece gli autisti-soccorritori, il personale amministrativo, le ambulanze, la manutenzione e la logistica. Dovrà rispondere dei mezzi che non partono per guasti, degli equipaggi assenti e dell’impiego dei propri lavoratori.
Castro, intervistato da ‘La Sicilia, assicura che le ambulanze non mancano. Per i ritardi nella manutenzione chiama in causa la società aggiudicataria, con la quale è nato un contenzioso. Sulla carenza degli equipaggi punta invece il dito contro i ripetuti blocchi delle assunzioni. La Seus ha anche denunciato alla Procura di Catania alcune assenze estive “di coppia” ritenute anomale. Sono spiegazioni che non esauriscono il problema.
I numeri dei bilanci rendono il paradosso ancora più evidente. Alla fine del 2025 la Seus aveva 2.884 dipendenti e chiedeva di assumerne altri 344. Nel frattempo, secondo quanto ricostruito da SudPress attraverso il fascicolo di bilancio, 330 lavoratori erano mediamente impiegati in convenzioni con le aziende sanitarie: come operatori sociosanitari, ausiliari, portinai, addetti al trasporto dei degenti, alle Centrali e agli uffici. Soltanto 81 risultavano formalmente inidonei alla mansione di autista-soccorritore.
Prima di autorizzare altre assunzioni, la Regione avrebbe dovuto presentare una ricognizione trasparente: quanti autisti sono effettivamente disponibili, quanti sono impiegati altrove, quanti sono inidonei e quanti lavorano negli uffici. Invece si è scelta la scorciatoia. A maggio l’Ars aveva vietato alle partecipate regionali di assumere fino alla fine del 2027, per evitare la solita infornata alla vigilia delle elezioni. A luglio ha già confezionato l’eccezione per Seus e Ast.
La carenza di autisti è reale, perché pensionamenti e cessazioni hanno ridotto l’organico. Ma lo è anche il costo delle inefficienze. Nel 2025 la Seus ha contabilizzato 1,8 milioni di rimborsi per le cosiddette “eccedenze”: ambulanze esterne chiamate quando quelle pubbliche non sono disponibili. La spesa è cresciuta del 7,4 per cento rispetto all’anno precedente, mentre gli interventi complessivi aumentavano soltanto dell’1,3. Nello stesso anno la Regione ha applicato alla società 531 mila euro di penali per i fermi. Altri 130 mila sono stati trattenuti nel secondo trimestre del 2026.
La Seus non è formalmente in perdita. Nel 2024 ha chiuso con un utile superiore al milione; nel 2025 il risultato positivo si è ridotto a poco più di dodicimila euro. Ma l’utile di una società in house finanziata attraverso il contratto di servizio non è una patente di efficienza. La domanda è se oltre 130 milioni di denaro pubblico, quasi tremila lavoratori e centinaia di mezzi garantiscano davvero il servizio per il quale vengono pagati.
Il caso è esploso dentro una sanità già devastata. L’ultima inchiesta della Procura di Palermo ha ricostruito un presunto sistema d’influenze su appalti e nomine che coinvolge Totò Cuffaro (che ha patteggiato tre anni ai servizi sociali) e altri otto indagati, le cui responsabilità dovranno essere accertate. Al Civico di Palermo è stato pubblicato e subito ritirato un atto sulle progressioni economiche contenente griglie già associate a diversi nominativi, compreso quello del figlio del sindaco Roberto Lagalla: l’azienda ha parlato di una ricognizione interna allegata per errore. Intanto Agenas certifica che nel primo semestre del 2026 la Sicilia è arretrata nel rispetto dei tempi delle prime visite, scendendo dall’87,2 al 79,7 per cento.
La Seus è l’ennesimo tassello di un sistema malato. E la Regione non può voltarsi dall’altra parte, è pur sempre il socio di maggioranza: finanzia il servizio, autorizza le assunzioni e nomina gli amministratori. Castro è in prorogatio e Schifani dovrà presto decidere se confermarlo. I patrioti, forse, dovranno cercare un altro nome.


