Non è finita finché non è finita. Non gli basterà essersi accaparrato la simpatia in extremis dell’ex rivale Raffaele Lombardo per ottenere il disco verde per il bis. E non è neppure così scontato che la pax siglata sul sottogoverno – a Forza Italia la poltrona più ambita, quella di Irfis, a FdI la conferma alla Seus – basteranno a blindare Renato Schifani, presidente della Regione, dal fuoco incrociato dei franchi tiratori non appena la manovrina da mezzo miliardo ricomparirà all’Ars, probabilmente nella prima decade di ottobre.
L’autunno nero del governatore, che dovrebbe portarlo dritto verso una nuova candidatura a palazzo d’Orleans, dovrà passare dai tavoli romani e da incastri più complicati rispetto a quanto non dica l’evento di Ragalna e la regola dell’uscente diramata da Ignazio La Russa: Schifani ha rivali molto accreditati dentro il suo stesso partito (che deve ancora chiarirsi le idee rispetto a chi comanda: Tajani o Marina?), ma anche fra i patrioti, se è vero com’è vero che Meloni vorrebbe ripuntare su Nello Musumeci dopo lo sgambetto del ’22. Ci sono in ballo altri turni elettorali, come nelle grandi città; e la contesa tutt’altro che amichevole dentro il centrodestra.
Ma facciamo un passo indietro. L’ultimo innesto è quello di Raffaele Lombardo, salito da qualche giorno sul carro del governatore. Per quasi quattro anni il leader del Mpa non ha risparmiato critiche a Schifani: dalla sanità all’energia, dai rifiuti ai rapporti con la Dc di Totò Cuffaro. Ora, dopo avere ottenuto due assessorati e piazzato i propri uomini in alcuni snodi del sottogoverno, ha scoperto che il presidente uscente non ha alternative.
Prima di Lombardo erano arrivati Totò Cardinale e Ignazio La Russa, che dall’Etna Forum di Ragalna aveva indicato il bis come la soluzione «naturale». Tre zii, tre provenienze diverse, una conclusione comune: Schifani può presentarsi come il punto di equilibrio di una coalizione che non riesce a produrre un’alternativa condivisa. Ma il consenso degli zii non coincide necessariamente con quello dei nipoti. Soprattutto quando questi siedono a Sala d’Ercole, votano a scrutinio segreto e aspettano di conoscere la propria quota di sottogoverno e di spesa elettorale.
È qui che entrano in gioco le nomine. La presidenza dell’Irfis, la finanziaria regionale che gestisce il Fondo Sicilia e centinaia di milioni tra agevolazioni, prestiti e contributi, è la casella più ambita. Scaduto il mandato di Iolanda Riolo, Forza Italia ha rivendicato la guida della società e nelle trattative si è fatto largo un profilo vicino al deputato regionale Nicola D’Agostino: quello di Salvo Nicotra. A Fratelli d’Italia rimane la Seus, che gestisce il servizio del 118 ed è oggi presieduta da Riccardo Castro. Un accordo studiato per spegnere i malumori e restituire alla coalizione una parvenza di compattezza. Basta un po’ di sottogoverno e tutti tornano all’ovile. O almeno così spera Schifani.
La verifica arriverà con la manovrina, il disegno di legge varato dalla giunta con una dotazione iniziale di 221 milioni. Tra richieste degli assessorati ed emendamenti parlamentari, il conto è destinato però ad avvicinarsi al mezzo miliardo. Il provvedimento è transitato nelle commissioni di merito, ma l’approdo in commissione Bilancio e poi in Aula rischia di trasformarsi nel mercato d’autunno della politica siciliana.
Il vero oggetto del desiderio sono i Fit, i Fondi per gli investimenti territoriali: la reincarnazione regolamentata delle vecchie mancette. Risorse destinate ai territori attraverso progetti formalmente presentati dagli enti locali, ma politicamente segnalati dai deputati. A luglio, per spartire 22 milioni, era stato elaborato persino un algoritmo con quote per maggioranza e opposizioni. Adesso la posta dovrebbe salire a 50 milioni: abbastanza perché ogni parlamentare possa tornare nel proprio collegio con una strada, un impianto sportivo o una riqualificazione da intestarsi. La spartizione può addolcire gli umori, ma anche moltiplicare gli scontenti.
Poi c’è Roma. Secondo una ricostruzione di HuffPost, Giorgia Meloni avrebbe già sottoposto a Salvini e Tajani l’ipotesi Musumeci per sciogliere il nodo siciliano. L’ex governatore conserva un radicamento nell’Isola e permetterebbe a Fratelli d’Italia di riprendersi la Regione ceduta a Forza Italia quattro anni fa. Sarebbe anche la rivincita dopo il 2022, quando proprio gli alleati fermarono la sua ricandidatura e Schifani spuntò come soluzione dell’ultima ora.
Per accompagnare l’attuale governatore fuori da Palazzo d’Orléans servirebbe però una sistemazione all’altezza. Schifani avrebbe indicato la vicepresidenza del Consiglio superiore della magistratura: incarico compatibile con il profilo di un ex presidente del Senato, ma difficilissimo da garantire. Occorre prima eleggerlo componente laico in Parlamento e poi superare un secondo passaggio dentro il Csm. Più che una rassicurazione, per ora, è un’ipotesi complicatissima.
Dentro Forza Italia la giostra continua a girare. I candidati restano quattro: Schifani, Giorgio Mulè, Marco Falcone e Nino Minardo. Mulè ha già offerto la propria disponibilità e può contare sull’apprezzamento di Marina Berlusconi, ma è guardato con diffidenza da una parte del partito siciliano, preoccupata che possa cambiare equilibri consolidati. Falcone conserva forza elettorale e radicamento, specie nel Catanese. Tajani, invece, potrebbe preferire Minardo, spedito nell’Isola per rimettere ordine come commissario.
Proprio la contesa fra il segretario e l’area vicina alla famiglia Berlusconi rende meno automatica la scelta. Come ha raccontato Il Foglio, Tajani ha utilizzato la convention dei giovani azzurri a Montesilvano per colpire chi rilascia «dichiarazioni polemiche» ai giornali e difendere congressi e tesseramento. Il messaggio era rivolto anche a Mulè e al ministro Paolo Zangrillo; il richiamo contro una classe dirigente «imposta dall’alto» è stato letto, invece, come un avvertimento a Marina Berlusconi.
La Sicilia rischia così di diventare il terreno su cui regolare una partita nazionale. Schifani ha ricomposto il fronte degli zii, ma deve ancora convincere tutti gli altri.


