Il messaggio cifrato di Nino Minardo, considerata l’accortezza del personaggio, è inequivocabile: il balletto è finito. E non bastano, anzi non servono, i tentativi in extremis di chiarimento, o le imbeccate ai trombettieri di fiducia da parte di Palazzo d’Orleans: stavolta il bis di Renato Schifani è davvero appeso a un filo. Al presidente del Consiglio nazionale di Forza Italia, oltre che della Regione siciliana, è venuto a mancare l’appoggio fondamentale del suo partito. Lo ha capito persino lui, quando nella serata di ieri ha battuto poche righe alle agenzie: “In queste ore sto valutando, con senso di responsabilità, le decisioni da assumere, che comunicherò a breve”.
Minardo, nel corso di un incontro coi segretari provinciali di FI, aveva dichiarato che per non disperdere “quanto di buono, e tanto, è stato fatto in questa legislatura” è avere il coraggio di cambiare, indicando la necessità di “un atto di responsabilità politica, un cambiamento netto e una proposta politica completamente nuova”. Un concetto ribadito anche ieri a Italpress: “Il cambiamento non è una mia opinione, ma una richiesta che arriva dal partito dopo mesi di ascolto e confronto. Per noi il buon governo di Renato Schifani non può essere offuscato da vicende giudiziarie che ruotano intorno a Palazzo d’Orléans. Proprio per questo è necessario un atto di responsabilità, al quale deve seguire quel cambiamento netto e quella proposta politica completamente nuova di cui ho parlato. Nuove idee e nuovi protagonisti non vanno contro nessuno: servono a dare un futuro alle cose buone fatte finora”. E ancora: “Col presidente non c’era nulla da chiarire”.
Una proposta completamente nuova passa dall’archiviazione del vecchio. Anche di un modo di governare che si declina nella scelta degli uomini: come Gaetano Armao, esperto del presidente ed ex assessore all’Economia di Musumeci, che – secondo la Procura di Palermo – ripone accuratamente le mazzette dentro un orologio a pendolo appeso alla parete del suo studio. La vergogna dei video registrati dalla Squadra Mobile e delle conversazioni con il suo avvocato di fiducia non ha mai spinto Schifani, neppure ieri, a prendere le distanze, come invece era avvenuto con uomini e donne della Dc, colpevoli (solo) di appartenere allo stesso partito di Cuffaro.
Il governatore si è tirato fuori, spiegando che gli affari di Armao non sono affar suo. Macché. Armao era il suo esperto in materia di fondi e questioni extraregionali; era il suo link di contatto con Palazzo Chigi e con Bruxelles; era il presidente della Cts, la Commissione per il rilascio delle autorizzazioni ambientali, che avrebbe inciso anche sull’iter dei termovalorizzatori, ossia l’unica, sostanziale novità introdotta negli ultimi quattro anni (in attesa che si celebri la gara). Armao non è tangente all’azione di governo, ma c’è dentro fino al collo. E il presidente non può fingere che non sia così.
Minardo gliel’ha ricordato. Ha ricordato a Schifani che è impossibile, alla luce dei nuovi fatti, pretendere un’altra chance. Perché in questi anni è davvero successo di tutto: le inchieste sulla sanità, con il coinvolgimento di Cuffaro e Iacolino; le mazzette di Mancuso, le pressioni di Gallo Afflitto, i processi a carico di Galvagno e di Amata. Eppure, davanti a questo sfacelo, ha sempre prevalso la presunzione di non colpevolezza. Ma i politici non sono privati cittadini; amministrano la cosa pubblica. E l’accusa a loro carico non lascia spazio a cadute dal pero: si parla di corruzione.
Persino l’ammaccata Antimafia di Cracolici, al milionesimo episodio di malcostume, ha deciso di convocare Schifani per capire se abbia mai fiutato qualcosa: del clientelismo al Cefpas, delle infiltrazioni mafiose al Cas, delle assunzioni alla Sas, delle mazzette alla Cts. Per capire se il presidente della Regione c’è o ci fa. A chi insinua il dubbio, Schifani, fino a ieri sera, aveva risposto di essere concentrato solo sulle variazioni di bilancio, sui 150 milioni stanziati assieme all’assessore Dagnino per garantire copertura agli emendamenti fuori sacco dei deputati dell’Ars.
E a quelli che glielo chiedevano, ha sempre detto di meritare la ricompensa del bis soprattutto per aver rimesso in ordine i conti della Regione. Ed è probabilmente l’unico argomento che gli resta. Quando si insediò a Palazzo d’Orléans, ereditò una situazione finanziaria pesantissima: il disavanzo regionale era arrivato a superare i sette miliardi e, nella precedente legislatura, anche la partita dei rendiconti era finita dentro un lungo braccio di ferro con la Corte dei conti. L’ultimo approvato dall’Ars era quello relativo al 2019; quelli successivi erano rimasti impantanati fra rilievi, ricorsi e questioni di legittimità costituzionale.
A gestire quella stagione, da vicepresidente della Regione e assessore all’Economia, c’era proprio Armao. Ed è questo il paradosso: dopo aver dovuto mettere una toppa all’eredità finanziaria di Musumeci & Co., Schifani ha scelto di riportare a Palazzo d’Orléans, come consigliere e uomo di fiducia, uno dei protagonisti di quella stagione. Quello finito nei frame imbarazzanti della Mobile.
Prima di aprire una riflessione che non è ancora chiaro dove porterà, Schifani ha provato a resistere: “Io, e potete scriverlo con chiarezza, mi ricandido – aveva detto a ‘La Sicilia’-: tutta la coalizione si è espressa a mio favore e anche il mio partito, del quale presiedo il consiglio nazionale, è con me”. Ma quale partito? Forza Italia non lo sostiene più: anche da ambienti romani trapela una insistente irritazione (manifestata da Tajani nel corso di una conversazione al telefono). La stessa irritazione di Giorgia Meloni, prima che Fratelli d’Italia – qualche mese fa – decidesse di ergere un muro di silenzio di fronte alla ‘questione morale’ irrisolta (d’altronde, con due esponenti indagati per corruzione, qualsiasi dichiarazione sarebbe risultata pleonastica).
Neppure il Mpa, popolato di indagati, rappresenta uno sponsor credibile. E che dire della Democrazia Cristiana, funestata dall’abbandono di Cuffaro e dalle macerie del congresso? Resterebbe pur sempre Germanà, il segretario della Lega, secondo cui il governo Schifani è stato “il migliore degli ultimi 50 anni”. O l’invisibile Udc. Faranno testo? A quanto pare no.


