In Italia trenta milioni di persone su cinquantanove hanno fatto domanda per qualche bonus. Siamo la Repubblica del buoncuore, generosa verso i più poveri o presunti tali a carico dell’erario. Cioè di quella parte minoritaria che paga le tasse. Il bilancio pubblico ha superato la ragguardevole cifra di tremiladuecento miliardi di debito. Comprese quelle per i 180 miliardi esentasse distribuiti l’anno scorso in assistenza tra Stato ed enti locali. In percentuale sul prodotto lordo, ormai più della Grecia. Si devono pagare cento miliardi di interessi ogni anno, sottratti a scuola, sanità e infrastrutture. Con un carico di aspettative e di rancori.

E già perché i benefici acquisiti sembrano del tutto dovuti e dunque non comportano riconoscenza. L’eventuale revoca o anche solo l’ipotesi di essa provoca malumori e ribellioni. In una parola, il bonus viene sentito come un diritto acquisito e irrinunciabile. Se qualcuno si azzarda a toccarlo, allora sono guai elettorali. Si capisce perciò che nessuno provi a rimuovere gli oltre cinquanta benefici censiti nel Paese a vantaggio per lo più di famiglie con Isee, cioè indicatore di situazione economica, basso. E dobbiamo credere e sperare che non ce ne siano tanti fasulli o mendaci.

Quello che conta è evitare tumulti come in Francia o Spagna, che la tranquillità non venga turbata, che prevalga la tendenza a una specie di assopimento, se non di asservimento, magari condito da disprezzo. Senza ripercussioni sull’ordine pubblico. Da oltre cinquant’anni, questa continua deriva logorante si è fatta ormai strutturale. Una grave degenerazione dello Stato del benessere in Stato assistenziale.

In Sicilia, a quelli nazionali si aggiungono i bonus e le mance regionali. La materia è della stessa sostanza, ma la sua dimensione eccede quella nazionale. Riparare in luogo di prevenire. Lenire e confortare invece di programmare e limitare i guasti climatici e infrastrutturali. Una mutazione che evidenzia un fallimento dell’autonomia.

Nonostante la spesa ingente che questo comporta, non si può però dire che la felicità regni in Sicilia. Forse la rassegnata quiete. Forse il servo encomio, forse una blanda e transitoria disponibilità a votare per coloro che hanno promesso e promosso i bonus, anche se i dati dell’affluenza alle urne non confortano. Perché, nonostante gli sforzi, non si riesce a dare tutto a tutti e una quota crescente di cittadini, per protesta o per convinzione, si sottrae al gioco democratico disertando le urne.

Intanto le statistiche ci dicono che l’occupazione, pur cresciuta negli ultimi anni, è sempre molto al di sotto della media europea, specie in Sicilia. E la produttività cala, sicché il valore reale dei salari è diminuito fortemente in presenza di spinte inflazionistiche che non si placano. Anzi, crescono a causa di Hormuz e adesso anche di Bab el Mandeb, stretti da cui passa gran parte dell’energia che ci è necessaria. La materia internazionale, pur non di competenza regionale (e si vorrebbe aggiungere “per fortuna”), corre incontro ai siciliani sotto forma di prezzi in aumento a causa delle guerre che ci sfiorano.

In Sicilia siamo ultimi in Europa pure per numero di giovani occupati e per persone effettivamente al lavoro. E primi per Neet, cioè quei giovani che non lavorano e non studiano. I conti in ordine, pur lodevoli, non bastano. Sembra l’ultimo approdo della democrazia languente.

Adesso le inchieste penali si abbattono in definitiva sul governo. E nonostante si sia tentato di sottrarsi, la riconferma appare svanita. Ci sarà forse un altro e diverso incarico a premiare sforzi che non hanno avuto grande successo. Ma a parte il compiacimento personale, di questo alla Sicilia importa poco.

Più interessante sarà vedere come e chi sarà proposto a un elettorato distaccato e disgustato. Che sembra vedere rimpicciolirsi la politica e avanzare la crisi della democrazia. No, gli zii di Sicilia non bastano più.