Le ultime vicende siciliane, a cominciare dalla presunta mazzetta riposta nel vano di un orologio a pendolo, riassumono lo scadimento morale della politica e il pervicace tentativo della casta – nonostante tutto – di rimanere in piedi. Come se non fossero mai abbastanza gli scandali, gli indagati, l’indignazione generale. Anche ieri il martedì siciliano ha riservato due scene da avanspettacolo: da un lato il professor Armao e il suo ghigno (in)consapevole all’ingresso del Palazzo di Giustizia di Palermo, alle prese con l’interrogatorio per schivare l’arresto; dall’altro Renato Schifani e la processione da Tajani per schivare la crisi di governo. In cambio ha ricevuto una pacca sulla spalla e niente più.

Prima di entrare in tribunale, Armao ha assicurato che avrebbe chiarito tutto: le cose non stanno «come le prospetta la Procura». A chi gli chiedeva se fosse tranquillo ha risposto con un sorriso: «Come mi vede?». Dentro, di fronte al Gip, ha spiegato che le mazzette nell’orologio a pendolo in realtà non erano mazzette ma «soldi tracciabili, acconti per lavori che abbiamo fatto insieme con l’avvocato Matta e che venivano riportati nelle fatture insieme al saldo». Nelle ricostruzioni degli investigatori ci sono consulenze che avrebbero mascherato pagamenti illeciti e soldi in contanti ottenuti tramite Matta con cui «siamo amici da tantissimi anni, abbiamo scritto libri insieme». Il problema è che sullo sfondo c’è la Regione: le autorizzazioni, le pratiche, gli interessi legittimi delle imprese e il potere di accelerare ciò che per gli altri rimane fermo.

Schifani, intanto, ha cercato a Roma qualcosa di più concreto della serenità esibita da Armao. Dopo le tensioni con Minardo, le telefonate romane e le ipotesi di dimissioni, gli serviva una garanzia sul proprio futuro. Il leader nazionale di Forza Italia gli ha rinnovato «fiducia e apprezzamento per il lavoro svolto, in particolare per il risanamento dei conti pubblici siciliani». E lo ha «invitato a portare avanti il programma e l’attività di governo». A Minardo ha chiesto di «proseguire l’opera di rinnovamento del partito che ha già avviato, con liste competitive nelle prossime elezioni amministrative e politiche, aperte alla società civile inserendo anche volti nuovi con l’obiettivo di rafforzare e confermare Forza Italia come primo partito nell’Isola». Una carezza al presidente e una al commissario.

Una specie di brodino cui il segretario di Forza Italia è abituato. Minardo ha fatto sapere che l’incoraggiamento di Tajani dà ulteriore forza e responsabilità al suo percorso di cambiamento, quello che ha finito per incrinare i rapporti con il presidente della Regione. Ha poi ribadito che «il governo regionale guidato da Renato Schifani deve proseguire nella propria azione nel rispetto degli impegni assunti con i siciliani». Per questa legislatura, s’intende. Niente ribaltoni, quindi; niente dimissioni, avanti fino alle variazioni di bilancio, alla Finanziaria di fine anno e magari fino a primavera inoltrata, quando i deputati alla prima legislatura potranno raggiungere la soglia previdenziale. Di urne si parlerà più avanti, e pazienza se la credibilità delle istituzioni è ridotta a carta straccia.

Lo testimoniano anche altri episodi. Ad esempio il papocchio che riguarda Elvira Amata. La Regione non si è costituita parte civile nel processo per corruzione contro il proprio assessore al Turismo, lasciando trascorrere il termine dell’udienza preliminare. A settembre Palazzo d’Orléans aveva annunciato che avrebbe chiesto la rimessione in termini, richiamando la mancata notifica degli atti all’Avvocatura dello Stato. Ma anche all’udienza di lunedì la Regione è rimasta fuori dal processo. Adesso precisa che la mancata costituzione non pregiudica la possibilità di chiedere il risarcimento in sede civile in caso di condanna. Una possibilità che non cancella il pasticcio precedente. Nel frattempo Amata resta in giunta, sostenuta da Fratelli d’Italia.

L’accusa riguarda l’assunzione del nipote e le spese per il suo alloggio, che l’assessore avrebbe ottenuto da Marcella Cannariato in cambio di un finanziamento da trentamila euro alla manifestazione “Donna, economia e potere”. Accuse che Amata contesta, sostenendo la propria innocenza.

Anche dall’altra parte della barricata le scene si susseguono. Le opposizioni ieri hanno manifestato in piazza Indipendenza per chiedere le dimissioni di Schifani. La mobilitazione, coi soliti quattro gatti all’appello (mentre i siciliani continuano a osservare le evoluzioni sui social), è arrivata sull’onda dell’ennesima inchiesta, quando nomi e immagini avevano già occupato i titoli di tg e giornali. Ma il controllo politico dovrebbe riuscire a incidere anche prima che siano i magistrati a dettare l’agenda.

A proposito: domani toccherà alla claudicante Antimafia che, sulla scorta dell’inchiesta che ha travolto Armao, ha convocato Schifani. Il ciclo di audizioni coinvolgerà anche assessori, dirigenti e responsabile Anticorruzione. Il presidente della commissione, Antonello Cracolici, ha spiegato il motivo della convocazione: «Vogliamo sapere da Schifani come sia stato possibile attribuire a certe persone incarichi fiduciari». Poi ha denunciato il peso dei faccendieri nell’amministrazione regionale e l’incertezza dei tempi delle procedure, che può alimentare la domanda di corruzione.

Adesso, però, servirebbero verifiche sulle nomine, sui controlli e sui passaggi amministrativi. In realtà sarebbero servite anche prima. Adesso ha tutto il sapore stantio della messinscena. Scene da basso impero, per l’appunto.