Quando non si hanno idee si fanno programmi. Il programma sta alla politica come riempitivo di un vuoto concettuale, intellettuale e ideologico. I programmi sono decaloghi di buoni propositi che oscillano tra i pensierini delle elementari e i decaloghi pieni di punti numerati, capitoli e paragrafi fatti oggi con l’AI. Servono a tenere insieme coalizioni disomogenee, poi tanto non si fa nulla perché è impossibile tenere insieme capra e cavoli.
Ma c’è un buco nero, come quelli di Hawking, ed è l’assenza, il nulla di idee. Per portare avanti un popolo, e non il populismo degli slogan, ci vogliono idee concrete, forti, radicali. Se no i problemi si sfiorano, non si affrontano. Per fare questo ci vogliono partiti forti di idee e partiti forti di consenso. Noi abbiamo piccoli partiti senza idee e partiti medi che non superano mai la soglia, ben oltre il 30%, per guidare una nazione, ma solo per amministrare un condominio.
C’è in Italia, come in altri paesi, un forte problema casa. Abbiamo svuotato campagne, impoverito il lavoro primario agricolo, ed oggi abbiamo grosse città inurbate che non consentono però a grandi fasce di cittadini, a basso salario, o nullatenenti, di abitarle. Ci vuole un piano casa come quello fatto da Fanfani negli anni ’50. Una cosa grossa, capace di aggredire il problema e risolverlo. Abitazioni ad equo canone indicizzato sui salari reali, togliendo inflazione e fiscal drag, e social housing per i nuovi poveri, le famiglie monoreddito. Ma una cosa grande, come diceva Mina, da decine di miliardi, come quelli buttati sul 110%.
Questo non solo allevierà le spese delle famiglie a basso reddito, ma darà fiducia e speranze alle nuove generazioni, che sono onestamente al buio di futuro. Una politica della casa, soprattutto abbinata obbligatoriamente a nuovi asili nido e scuole materne moderne, di stampo emiliano, consentirebbe il necessario rilancio della demografia, mai così bassa dall’Unità d’Italia. Bisognerebbe dedicare una finanziaria solo a questo, togliendo tutte le spese a pioggia improduttive a nicchie e nicchiette di clientele.
A seguire bisognerebbe affrontare di petto, non con pannicelli caldi saltuari, il cuneo fiscale perché la differenza costo del lavoro e netto in busta paga è scandalosa e uccide anche il Pil, distruggendo potere di acquisto della domanda interna.
E poi bisognerebbe affrontare una seria riforma fiscale, perseguendo l’equità e la progressività, non casualmente scritte in costituzione. Perché questi due principi tengono saldi un popolo ed uno Stato, in caso contrario si disgregano. Bisogna avere il coraggio di tassare le rendite e meno il lavoro. Esempio: tassare gli immobili sfitti da oltre 1 anno. Ciò consentirebbe di fruire in maniera più produttiva dell’ingente patrimonio immobiliare italiano. Ed il primo a dare l’esempio sul corretto uso del patrimonio dovrebbe essere proprio lo Stato, prevedendo sanzioni per i responsabili.
E poi cercare una chiara e costante politica industriale ed energetica. Mattei negli anni ’50 lo fece, non si limitava a comprare dai russi o dal potente di turno. La Spagna lo ha fatto, quindi si può fare, lo si deve fare, a questo servono le aziende di Stato, non a dare due settimane di sconto e poi lucrare sulla pelle dei cittadini. Tanto vale vendersele e con il ricavato fare piani di investimento.
Queste sono idee, singole, da affrontare in una legislatura, non fare un polpettone in cui si fa un po’ di tutto e quindi nulla di efficace. Facendo così si è costretti a fare delle scelte, si chiama politica, ma ormai ce la siamo scordata.
Fare molte, moltissime case popolari è popolare, non populista. Non è una misura ideologica, le hanno fatte i fascisti, i democristiani ed anche i comunisti dove governavano. Ma quelli avevano idee, non programmi, quelli servono solo a confondere le acque e gestire spicchi di potere.


