Il centrosinistra non ha una visione e neppure un candidato. Non solo a Roma, dove il tira e molla fra Schlein e Conte sulle primarie ha paralizzato le ambizioni del “campo largo”. Ma anche a Palermo, dove la ricerca di un leader non è mai cominciata, finendo per spalancare la vetrina all’ex iena Ismaele La Vardera, che da mesi ha annunciato la propria corsa per Palazzo d’Orleans al grido “fuori i mercanti dal tempio”. Eppure c’è un altro rottamatore, di certo non di primo pelo, che negli ultimi giorni ha provato a dare una sterzata al letargo. Da Firenze, dove si è tenuta la 14.ma edizione della Leopolda, Matteo Renzi ha appena messo sul tavolo un’altra proposta: si tratta di Pietro Bartolo, medico di Lampedusa ed ex europarlamentare.

«Sosterremo molto volentieri alla presidenza della Regione Siciliana la candidatura di Pietro Bartolo», ha detto il leader di Italia viva. Bartolo ha ricambiato chiedendo che il centrosinistra vada unito. Il medico, prestato da qualche anno al teatrino della politica, viene proprio dal Pd. Nel 2019 fu eletto al Parlamento europeo nelle liste democratiche; alle Europee del 2024, nella circoscrizione Isole, raccolse oltre 44 mila preferenze ma non fu rieletto. A fine 2025 lasciò il partito denunciandone pubblicamente le «faide interne» e l’autoreferenzialità; poche settimane dopo aderì a Casa Riformista, il progetto promosso da Renzi. Adesso è proprio Renzi a rimetterlo in corsa, stavolta per la presidenza della Regione.

La proposta, però, sembra quasi un diversivo rispetto al dibattito stantio che attraversa il centrosinistra alla Regione. Né Renzi né tanto meno Italia Viva hanno la forza per imporre una figura di sintesi. E Ismaele La Vardera è in campo da mesi e non dà alcuna sensazione di volersi spostare. A inizio settembre aveva già chiarito che la sua candidatura non serviva ad «alzare la posta» e che non avrebbe fatto passi indietro; dopo il lancio di Bartolo ha ribadito il concetto: «La mia candidatura resta in campo, oggi più che mai». In mezzo ci sono stati gli Stati generali di Controcorrente, le aperture alle primarie, le interlocuzioni con Conte e un’attività politica costruita sulla denuncia, utile a rastrellare i voti anti-sistema.

E poi c’è il Pd. Il 6 settembre, proprio a margine dell’appuntamento promosso da La Vardera ad Agrigento, Anthony Barbagallo aveva annunciato che «nelle prossime settimane» il partito avrebbe intensificato il confronto interno per definire il proprio candidato da proporre agli alleati. Era circolato soprattutto il nome di Peppe Provenzano, insieme a quello di Antonello Cracolici e ad altre ipotesi. Quasi un mese dopo, però, nessuna candidatura è stata ufficializzata e il segretario dem è tornato a spiegare che, se sul nome indicato dai dem non ci sarà condivisione, si faranno le primarie.

Prima ancora del candidato, però, resta aperto il problema degli equilibri interni. La Festa dell’Unità di Palermo ne ha offerto un’immagine abbastanza plastica: a fine settembre Repubblica raccontava che Barbagallo non era stato invitato, mentre la vicepresidente regionale Valentina Chinnici e la presidente Cleo Li Calzi avevano declinato l’invito. Tutto questo dopo che in agosto era dovuta intervenire direttamente Elly Schlein nel tentativo di ricomporre una frattura che continua a dividere maggioranza e opposizione interna del partito, sin dalla celebrazione del congresso.

Non va molto meglio al Movimento 5 Stelle, che sulla carta dovrebbe rappresentare l’altro pilastro della coalizione. Il coordinatore regionale Nuccio Di Paola continua a definirlo «una forza di rottura» e a rivendicarne l’ambizione di governare la Sicilia. Ma il problema, per i Cinque Stelle, è far combaciare questa narrazione con ciò che è accaduto dentro l’Ars. Proprio Di Paola è vicepresidente vicario dell’Assemblea e componente del Consiglio di presidenza: lo stesso organismo nel cui perimetro è maturata la vicenda della Fondazione Federico II e dell’incarico affidato a Sabrina De Capitani, allora portavoce di Gaetano Galvagno.

Buttanissima aveva già posto una domanda molto semplice: Di Paola era stato informato dell’operazione? Il contratto attribuito alla De Capitani valeva 72 mila euro per quattordici mesi. Successivamente il suo ruolo è entrato anche nelle carte dell’inchiesta che ha coinvolto Galvagno e altri soggetti. Sul piano giudiziario saranno i processi a stabilire le responsabilità. Sul piano politico, invece, resta un fatto: Di Paola sedeva ai vertici dell’istituzione mentre quella gestione prendeva forma, e il M5S non può liquidare la questione come se riguardasse esclusivamente la maggioranza.

Il cortocircuito è diventato ancora più evidente nelle ultime ore. Domenica ilSicilia.it ha pubblicato una lunga intervista a Di Paola sul futuro del Movimento, sul campo progressista, sulle alleanze e sulla candidatura alla Regione. Piccolo appunto: il nome di Gaetano Armao non compare mai. Eppure appena due giorni prima la Procura di Palermo aveva chiesto l’arresto dell’ex vicepresidente della Regione nell’ambito di un’inchiesta per corruzione, disponendo perquisizioni negli studi di Palermo e Roma, nell’abitazione e in alcuni uffici regionali. Un caso politicamente enorme, anche perché Armao fino ad agosto aveva presieduto la Commissione tecnica specialistica della Regione.

Ma c’è un contesto che rende ancora più singolare quella intervista. ilSicilia.it è il giornale fondato da Maurizio Scaglione, imprenditore della comunicazione i cui rapporti economici con la Regione e con enti del suo perimetro sono stati ricostruiti in numerose inchieste. Nel gennaio 2025 Domani aveva calcolato in oltre 486 mila euro, nell’arco di circa due anni, gli affidamenti ottenuti dalle società a lui riconducibili per attività di comunicazione istituzionale, senza comprendere fondi diretti e acquisti pubblicitari. Una rete di rapporti che Buttanissima ha più volte raccontato e che rende quantomeno curiosa la scelta di Di Paola di affidare proprio a quella testata una lunga rivendicazione dell’identità «di rottura» del Movimento senza pronunciare una sola volta il nome di Armao, mentre sulla Regione si abbatteva uno degli scandali più pesanti della legislatura.

Il quadro, alla fine, è impietoso: Renzi rilancia Bartolo, La Vardera non arretra, il Pd continua a cercare il proprio candidato e il Movimento 5 Stelle prova a difendere una vocazione di rottura che i fatti rendono sempre più difficile da sostenere. Il centrodestra può permettersi perfino di osservare lo spettacolo. Prima di pensare a chi mandare a Palazzo d’Orléans, il “campo largo” siciliano dovrebbe risolvere un problema più elementare: dimostrare di esistere.