Hanno visto i risultati del referendum e, per un momento, pensato che era fatta. L’inerzia, le divisioni, l’irrilevanza che rendono il centro-sinistra impari nel confronto elettorale dell’anno prossimo per la elezione del presidente della Regione, d’un colpo sembrava loro finissero sommerse dall’onda che aveva travolto il sì e la destra che lo sosteneva.
Quella imprevista massa di voti avrebbe potuto trasformarsi in un sonoro no anche al candidato di quella parte. Come in un giroconto. Poi hanno capito che le elezioni non sono operazioni bancarie e che occorre essere culturalmente e politicamente attrezzati per cogliere i motivi di un dissenso così vasto alla riforma di Nordio, di Meloni e della maggioranza, che l’hanno scritta e proposta con proterva arroganza dando per scontato il consenso dei cittadini.
Hanno dovuto riprendere atto che le forze del centro-sinistra in Sicilia non sono in grado di capire e di intercettare le ragioni del dissenso, specialmente giovanile, e non posseggono il linguaggio che le metta in relazione con il più del 60% che ha respinto la modifica della Costituzione.
I voti per le elezioni, quelle prossime comunali di Messina e di Agrigento e quelle regionali non sono custoditi in una cassaforte dalla quale tirarli fuori quando servono, si conquistano di volta in volta se si hanno forza e capacità, se si è lavorato nel tempo per aggregare e apparire credibili e uniti.
Alcuni giorni addietro si sono incontrati quelli che compongono il coordinamento del centro-sinistra o del “campo largo”, se volete. Un bel po’ di gente, molta della quale, per conto di sigle sconosciute, chiamate a far folla.
Mancando una proposta e un candidato, hanno buttato la palla in curva, trovandosi d’accordo sul ricorso alle primarie, uno strumento che torna sempre utile a coprire l’incapacità e le difficoltà di scelte condivise.
Com’è successo a Roma dove a pochi minuti dal successo referendario, Conte si è affrettato a proporre le primarie, un cuneo tra sé e Schlein che ha vanificato almeno in parte il valore del risultato e inserito un elemento interno di discordia.
A Roma vi sono almeno già due candidati che con questo metodo si sbraneranno tra loro, rendendo meno disagevole la riconferma di Meloni.
A Palermo ce n’è uno solo, che da mesi opera in solitudine e con qualche risultato. C’è La Vardera, un Masaniello verace, di lingua pronta, di denuncia facile, spesso utile, non sempre efficace, mai esaustivo che, con un eloquio diretto, affronta questioni sensibili, rifuggendo magari dall’indicare soluzioni appropriate.
Ora, con una telefonata notturna, ha avuto l’imprimatur di Meloni. Che non ha il tempo per occuparsi dei problemi del suo campo, ma lo trova per individuare l’interlocutore di quello avverso, accreditarlo e dargli forza e visibilità.
È stato un bel colpo per l’ultimo dei populisti, uno scoop non da poco per un uomo di intrattenimento.
La Vardera era già riuscito ad assorbire ciò che restava del fantasmagorico e fugace grillismo e non aveva fatto fatica ad oscurare il Partito democratico, una sorta di stella spenta e senza luce residua.
Ora riceve l’imprimatur del presidente del Consiglio e lo spende naturalmente da par suo, confermandosi ancor più come leader di un campo che magari è largo e lungo appena come quello di un calcio a cinque, ma è sempre un terreno di gioco che egli sa calcare molto bene.
Forse le sue doti non basteranno per vincere la partita con la destra in un campo regolare, tuttavia finora gioca, qualche volta va a segno, richiama comunque un discreto numero di tifosi, più numerosi certo di quelli che seguono il Partito democratico e Cinque stelle, che per la verità non pare partecipino ad alcun campionato.
Non sapendo come fermarlo, i loro dirigenti, insieme a quelli che non dirigendo nulla fanno parte del coordinamento del centro-sinistra, intanto propongono le primarie. Poi ci sarà tempo per elaborare due o tre cose da proporre agli elettori.
Nel frattempo, Barbagallo e Di Paola sbavano di invidia e sperano che Meloni prima o poi li chiami, per metterli alla pari con La Vardera e rinvigorire una lotta fratricida che li debiliti ancor più nel confronto con gli avversari di destra.
Dopo la batosta referendaria il presidente del Consiglio ha trovato il tempo e la voglia di fare un po’ di pulizie di casa a Roma, utilizzando una ramazza che non è così lunga da arrivare in Sicilia, dove lo scontro nella maggioranza e all’interno dei suoi partiti è sempre più feroce, la promessa di un ricambio in giunta un ritornello del tutto stonato, la questione morale invasiva e dilagante.
Troveranno comunque unità e compattezza, quelle forze. Com’è sempre successo.
Quelle del centro-sinistra torneranno a rintanarsi nei luoghi polverosi nei quali da anni vivono inerti e ignorate. La Vardera intanto continuerà a battere piazze e contrade, a denunciar torti e a raddrizzare ingiustizie. Come un Don Chisciotte, con la simpatica vacuità dello straordinario personaggio di Cervantes, e al seguito alcuni Sancho Panza senza il buon senso e la concretezza dello scudiero.


