Diciamolo subito: su Di Maio avevamo ragione noi. Mentre tutti sghignazzavano per congiuntivi e condizionali e “abolizioni della povertà” e “golpe in Venezuela” (dove era solo questione di tempo, Di Maio c’aveva visto lungo), qui non ci si fermava alle solite apparenze. Sapevamo in cuor nostro che l’Italian dream esiste, è più bello di quello americano, e si chiama Luigi Di Maio. La nomina al King’s College di Londra – Defence Studies Department – cioè Di Maio insieme a Malcolm Rifkind, John Sawers, Lawrence Freedman, per dire, non è uno scherzo di questi tempi folli ma il coronamento di un Grande Disegno che noi abbiamo sempre visto. “Una nuova sfida. Sempre la stessa passione”, scrive ora Di Maio per celebrare l’ennesimo incarico, come nella pubblicità di un amaro, senza tirarsela troppo. Di Maio ormai ovunque e in nessuno luogo, sempre senza farsi notare: perché non farsi notare è un’arte e Di Maio è stato programmato per questo. Un riuscitissimo, puro, opposto di Matteo Renzi. Il nostro Forrest Gump. Altro che “bibbitaro”! Altro che “Giggino o’ webmaster”! Qui lo sapevamo che il piccolo Mozart dell’antipolitica, poi leader del Movimento 5 stelle, poi vicepresidente del Consiglio, poi rappresentante speciale dell’Unione europea nel Golfo Persico, ora professore al King’s College e a breve coordinatore speciale Onu per il Golfo Persico, era diverso dagli altri.

Andreottiano travestito da grillino: paziente, flessibile, sempre presente, mai urlato, mai bruciato. Il più politico della covata grillina. Altra stoffa! Altro stile! Dentro Di Maio c’era il meglio dell’italianità: trasformismo, astuzia, populismo sguaiato ma col senso della posizione che fu democristiano, un po’ di rutto antipolitico quando serve, ma con l’agendina pronta per aggiornare i numeri. Massimalismo e paraculaggine. Sempre con la faccia da bravo ragazzo. Fidandosi dei buoni consigli degli altri. Disoccupato, fuoricorso, steward allo stadio, pubblicista, tremende cravatte da matrimonio, modi garbati, colletti inamidati, un’aria stantia anche quando diceva “voglio un’Italia smart nation”, non credendoci giustamente manco lui. Di Maio che a 26 anni ne dimostrava 40 è sempre stato più arcitaliano di tutti. Un patrimonio. Un algoritmo nazionale. Di Maio al Vaffa Day, Di Maio a una convention, Di Maio a Harvard, Di Maio al mercato che stringe mani, a Cernobbio, sott’acqua con Dibba nei fondali di Capo D’Orlando, ai talkshow, al Forum Ambrosetti, Di Maio che chiede l’impeachment di Mattarella da Fazio e sei mesi dopo lo definisce “angelo custode del governo”, sempre da Fazio. Nel “Batman e Robin” che vorrei ci sono Draghi e Di Maio mascherati che manovrano dietro le quinte del Potere con la P malefica e maiuscola e sconfiggono i cattivi. Questa è la politica che ci piace. Continua su ilfoglio.it