Suscita un divertito stupore la dichiarazione del presidente della Regione siciliana sulla fine del razionamento dell’acqua a Palermo. Schifani ha rivendicato all’opera, spesso silenziosa del suo governo, la soluzione della grave crisi idrica che ha costretto a razionare il prezioso liquido a circa duecentocinquantamila cittadini. Con ovvie privazioni e lamentele diffuse.

Nelle stesse ore, a conferma della fine del razionamento, è stato pubblicato un commento del sindaco di Palermo che ascriveva a merito della società per l’acqua municipale e quindi del comune, la realizzazione di alcune opere, a partire dalla potabilizzazione del fiume Oreto. Opere che si sono aggiunte a quelle realizzate dalla struttura regionale di missione. Tutte essenziali per immettere in rete più acqua ove però tale acqua ci sia.

E l’acqua adesso c’è, nell’ordine di oltre 90 milioni di metri cubi nelle diverse strutture che alimentano l’area metropolitana, soprattutto se non esclusivamente, perché la pioggia ha copiosamente riempito gli invasi. Il merito è cioè di un elemento climatico che ha avuto un ruolo nefasto nel devastare le coste e anche nell’incrementare la frana di Niscemi. Ma ne ha avuto uno benevolo nel consentire di riempire i laghi artificiali da tempo a secco con gravi ripercussioni sull’agricoltura e sulla vita civile.

Schifani ha poi voluto aggiungere un monito che è sembrato anche un richiamo secondo lo stile della casa. Perché l’Amap, la struttura a ciò dedicata, completi il rifacimento delle reti in cui l’acqua viene immessa; reti che perdono fino ad oltre la metà di ciò che trasportano. Un monito corretto che rinvia ad un’inefficienza comunale ormai antica, come antica è la condizione inadeguata delle dighe non bene mantenute che comporta insabbiamenti, mancati prelievi e sversamenti. Siamo alla ricerca del primato nelle realizzazioni tra soggetti chiamati a cooperare. E che di fatto lavorano necessariamente insieme, ma si sforzano di apparire più bravi ed efficienti ciascuno dell’altro. Con una piccola contesa che mette in luce le dure condizioni in cui chi amministra opera in questa nostra terra.

Sarebbe il caso di ricordare a questi illustri amici che l’attenzione della gente è sempre meno rivolta alla politica e alle sue presunte o reali inadempienze o benemerenze. Cosa non trascurabile e non nuova se si pensa che perfino la soppressione del Sacro Romano Impero come osservò Goethe, passò del tutto inavvertita tra gli ospiti dell’albergo in cui il grande scrittore soggiornava. L’attenzione fu tutta dedicata alla rissa tra un cameriere e uno stalliere. Accadeva allora e accade tuttora.

Certo una riflessione sulla responsabilità amministrativa sfugge alla gran parte dei cittadini, mentre l’acqua che sgorga o no dai rubinetti è di facile e palmare evidenza. Da qui la convinzione, sempre più diffusa nella mediocre politica attuale, che bisogna accreditarsi come bravi amministratori a partire da ciò che si vede cercando di far dimenticare o ignorare ciò che non si vede. O riferendolo ai passati governi. Impropriamente sotto la voce comunicazione.

Questo il destino non troppo nobile della competizione tra alleati, certe volte più forte che quella tra rivali. Piccinerie inevitabili se la politica si riduce ad un fatto di umori e destini personali. Il tema rimane quello di un grande e risalente ritardo nel settore della ricerca, captazione e distribuzione delle acque che chiama in causa responsabilità molteplici. Ed a più livelli, locali regionali e perfino nazionali. Troppo tempo si è perso nel realizzare reti e impianti. E tanto se ne perde nel costruire e mantenere in buona condizione dissalatori e quant’altro la tecnologia mette a disposizione nel creare le condizioni per dare acqua sia all’agricoltura che alle persone.

Solo da poco si è cominciato a porre qualche rimedio dai tempi resi ormai incerti. Questo compito primario delle autonomie, come gli altri reclamati e concessi da uno stato distratto e distante, non si può più assolvere solo guardando il cielo e augurandosi che sia benevolo. Abbiamo avuto anche presidenti di regione che hanno invocato la benevolenza divina e implorato la Madonna di Siracusa. Cui non mancano certo ragioni per piangere ancora. E moltissimo.

Ora è certo, per chi crede, che le preghiere siano comunque importanti ma l’azione amministrativa non può basarsi su di esse. Anche in questo settore un’organizzazione forte, efficiente, ben governata e ben controllata aiuta il cielo ad aiutarci. Come diceva Paolo VI bisogna riscoprire il gusto del lavoro ben fatto, Ed anche il piacere di lavorare insieme per ciò che ancora si può chiamare il bene comune. Senza sperare che il merito del proprio lavoro venga subito riconosciuto o che altri non se ne approprino.

Quando la crisi morde non c’è più spazio per la competizione, anche virtuosa perché tutto tende ad abbuiarsi. Il malcontento colpisce in tutte le direzioni. E non fa distinzioni.