Alfonso Raimo per Huffington Post

Board of Peace, il meraviglioso mondo sottosopra di Tajani

Il ministro degli Esteri dice che è andato a Washington perché l'evento "è voluto dalle Nazioni Unite" ed era lì "insieme alla maggioranza dei Paesi dell'UE". Insomma, ha partecipato a una cosa che ha visto solo lui

Il generale Vannacci se ne va
E nella Lega c’è chi fa festa

A giudicare dalle reazioni, Roberto Vannacci ha fatto bene a lasciare la Lega. Nel partito sedotto e abbandonato, solo Salvini e i leghisti sovranisti se la sono presa a male. “Sono amareggiato sul piano umano prima che politico”, dice il segretario. Gli fa eco Claudio Borghi: “Roberto, che delusione… fai il gioco di chi divide le forze sovraniste”. Ma tra gli altri, nessuno si straccia le vesti per il suo addio. A cominciare dal partito del nord, che ora torna a dettare legge. Un passo indietro. A metà mattina, la notizia rimbalza a Montecitorio. I cronisti informano la deputata leghista Simonetta Matone: pare ci sia un estremo tentativo di Matteo Salvini, sta provando a convincere Vannacci a restare. “Eh no, non mi dovete dire queste cose…”, ironizza Matone. Il capogruppo..

Carroccio, correnti, guerriglie
E’ la Lega, ma somiglia al Pd

C’era una volta la Lega “ultimo partito marxista leninista”, come diceva Bobo Maroni. Quello in cui a decidere era il Capo Umberto Bossi – lo chiamano ancora così – e si poteva dissentire, certo, ma potevi dirlo solo ai familiari più stretti. Le correnti non esistevano. Men che meno i voti in dissenso. Il partito più vecchio del Parlamento, per giunta. Dove i segretari si avvicendavano a colpi di putsch. In principio c’era Umberto Bossi, poi Roberto Maroni, quindi Matteo Salvini: i congressi servivano a ratificare, a cose fatte. Col voto contrario sul decreto Ucraina di Rossano Sasso ed Edoardo Ziello, in nome e per conto del Mondo al contrario di Roberto Vannacci, nasce ufficialmente la prima corrente leghista. Che si aggiunge tuttavia a reti, associazioni e correntine che da..

Dopo la litigata con Trump,
Salvini e Meloni mollano Musk

Dal grande freddo tra Donald Trump e Elon Musk arriva una ventata di aria fresca sulla torrida estate romana. Tra i meloniani e il magnate di Starlink e Tesla più di qualcosa si è rotto. Non lo citano più, non lo celebrano, e neppure cercano di portarne avanti i piani ambiziosi. Di rimando Musk non fa niente per frenare Andrea Stroppa, che lo rappresenta nel Belpaese, che da esaltatore del governo Meloni s’è trasformato in un commentatore puntuto e critico. Musk progetta un nuovo partito - "America" vorrebbe chiamarlo con poca originalità - e Stroppa vagheggia un “piano per salvare l’Italia”. Ma da chi, dall’ex amica Meloni? Ingrato. Continua su Huffington Post

Meloni e Macron capiscono
che la rivalità non regge più

Tre ore di bilaterale tra Giorgia Meloni e Emmanuel Macron per siglare un disgelo segnato dalla reciproca convenienza. La nota di fine vertice segna quello che potrebbe essere un cambio di passo nei reciproci rapporti: l’Italia e la Francia si impegnano a "coordinare gli sforzi di mobilitazione e azione europea di fronte alle sfide comuni che si moltiplicano e si aggravano" e "intendono rafforzare il loro impegno comune per un’Europa più sovrana, più forte e più prospera". Sovranismo europeo: Macron usa un lessico caro a Meloni. Entrambi promettono "di coordinare le proprie posizioni in tema di relazioni transatlantiche, nonché sulla sicurezza economica e commerciale dell’Unione Europea". Sui rapporti con gli Usa - che si tratti della guerra russo-ucraina, o dei dazi imposti dall'America - Francia e Italia si coordineranno. È..

Terzo mandato, cade
l’ultimo pilastro grillino

La casta è morta, viva la casta. Mentre il governo sbarra la strada al terzo mandato dei presidenti di regione, i Cinque Stelle fanno cadere i paletti che sin dalla nascita del Movimento lo caratterizzavano come movimento anti-casta. Addio al principio "uno vale uno". Ora uno vale uno, due… tre e anche quattro o cinque. Le nuove regole del M5s sul terzo mandato assomigliano molto a quelle del Pd. Sono incentrate cioè su ampi poteri di deroga al consiglio nazionale e al presidente Giuseppe Conte. Questo significa che potranno ricandidarsi tutti i big in bilico: Roberto Fico e Virginia Raggi in primis, che potranno presentarsi nuovamente alle elezioni, anche se hanno già all’attivo rispettivamente due mandati parlamentari e tre in consiglio comunale. Di più: con queste norme può candidarsi anche..

Il difficile viaggio a Washington
Meloni stretta fra Trump e Ursula

Giorgia Meloni studia in vista del doppio round americano: giovedì l’incontro con Donald Trump, preparato in contatto costante coi vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini. E venerdì il faccia a faccia col vicepresidente J.D. Vance che riceverà prima da sola e poi in un formato allargato ai suoi vice. A 48 ore dalla prima missione alla Casa Bianca, in raccordo con Ursula von der Leyen, la premier fa il punto sulle “carte” da giocarsi nel colloquio allo studio Ovale. Dal nodo dazi, alle spese militari, ai rapporti con la Cina, fino all’ipotesi di una tassa sui giganti del web, luci e ombre su un colloquio ad alto rischio. Continua su Huffington Post

Riarmo. Salvini e Meloni studiano come salvare la faccia

In maggioranza la tregua non è ancora arrivata. Dopo la discussione tra Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti, a margine del consiglio dei ministri, le distanze tra il Carroccio e gli alleati restano, al punto che non si riesce a scrivere un documento unitario in vista del passaggio parlamentare di martedì e mercoledì. Decisivo sarà un vertice tra i leader lunedì a Palazzo Chigi. Poi ci saranno le riunioni dei gruppi parlamentari. Ma mettere insieme un testo condiviso è come un cubo di Rubik. Per nascondere le differenze di posizione, si ragiona di limitarsi al minimo e indispensabile. Una premessa general-generica e un dispositivo alla Catalano: “Udite le comunicazioni della presidente del consiglio, le si approva”. Una sola cosa è sicura: il nome, Rearm Europe, non piace a nessuno. Un passo..

Il rumore del silenzio. Santanché lasciata sola dai suoi

Il grande freddo di FdI verso Daniela Santanchè si materializza a Montecitorio con la ministra lasciata sola di fronte al fuoco di fila delle opposizioni. Nessuno dei gruppi di FdI, Lega e Forza Italia è iscritto a parlare nella discussione generale sulla mozione di sfiducia contro la ministra. L’interessata dovrebbe arrivare in aula, ma senza intervenire. In teoria il governo avrebbe 20 minuti di tempo per intervenire ma non si sa se lo farà. Parleranno dunque solo esponenti delle minoranze: da Vittoria Baldino, dei Cinque Stelle, il partito che ha depositato la mozione di sfiducia, che sarà affiancata da altri tre esponenti del partito di Conte. Seguiranno gli interventi di Federico Gianassi e Toni Ricciardi del Pd, di Filiberto Zaratti per Avs. Non prenderanno la parola contro la ministra Italia..

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