Ma quante volte si deve ammazzare Enzo Tortora? So bene che Marco Bellocchio è un vecchio e bravo artista di cinema pieno di esperienza e talento, e so che Valerio Cappelli è un cronista culturale del Corriere irreprensibile. Eppure ieri, in combutta ma senza saperlo, hanno spezzato di nuovo, cancellandola, l’esistenza reale di un uomo, di un cittadino che fu trascinato nell’inferno della cattiva giustizia, nella prima metà degli anni Ottanta, a Napoli, e dopo la piena assoluzione seguita alla persecuzione, a una condanna grottesca e al carcere, cedette alla disperazione e alla malattia denunciando le malefatte dei suoi aguzzini.

Bellocchio si trova in una situazione scomoda. La sua serie su Tortora, intitolata “Portobello” dal nome della famosa trasmissione televisiva, va in onda in coincidenza con la campagna referendaria sulla giustizia. Confida al Corriere che con Tortora la giustizia e la sua amministrazione non c’entrano. Una notiziona. Bellocchio espone una visione ideologica e privata del dramma di un uomo che era inviso alle grandi correnti culturali della sua epoca, i comunisti e i cattolici, in quanto personalità liberale di successo, che esponeva alle masse televedenti la sua filosofia del privato e del piccolo, “Portobello” appunto.

Libero di pensarla così. Liberi noi di ricordargli i fatti. L’Italia fu travolta con Tortora da una storia sordida, che finì con un referendum (ma guarda un po’) sulla responsabilità civile dei giudici, con gli italiani decisi a fargliela pagare in solido e le classi dirigenti, compresi Craxi e Martelli che il referendum lo avevano voluto, pronte a un accomodamento senza serie conseguenze.

Un innocente fu arrestato, trascinato in carcere per mesi, processato con l’accusa di essere un “cinico mercante di morte”. Era un uomo popolare. Era la preda giusta, come stendardo e garanzia per un’indagine a rete, folle, accanita, malevolente e fondata sulla sciatteria, sul partito preso e sulla complicità dei media. Volevano la pelle della Nuova camorra organizzata, l’associazione criminale di Cutolo, ottennero la catastrofe di un procedimento criminale alla cieca, con il non colpevole come vittima predestinata. Continua su ilfoglio.it