Con tutte le grane che abbiamo, giovedì non si sono trovati lo spazio e il tempo adeguati per dettagliare sul millesimo capriccio del premier ungherese, Viktor Orbán, di nuovo contrario al prestito di novanta miliardi per l’Ucraina. Di nuovo perché Orbán, insieme con gli amici cechi e slovacchi, s’era già opposto al prestito il giorno in cui venne stabilito, lo scorso dicembre, e poi acconsentì soltanto quando fu concesso a lui e alla sua coppia di sodali di non partecipare né al rimborso né agli interessi sul debito.
Giovedì si trattava – nella labirintica burocrazia europea – di approvare la modifica del Quadro finanziario pluriennale e farci entrare il prestito. Un passaggio formale, ma Orbán, stavolta in orgogliosa e sfrontata solitudine, e senza l’incomodo di allegare una spiegazione, al di là di fumose accuse all’Ue per l’oleodotto di Druzhba, s’è rigiocato l’eterno jolly. Tutto bloccato. E cinto d’alloro, con l’Europa nel sacco, se n’è tornato a Budapest dove fra tre settimane cercherà di rivincere le elezioni e mettere in piedi il suo sesto governo, il quinto consecutivo.
“Comprensibile”, ha detto Meloni in una ricostruzione di Politico che citava cinque diverse fonti, e definita “fantasiosa” da Meloni medesima. Ma oltre alla rettifica, niente. Silenzi romani, mentre il presidente del Consiglio europeo António Costa (“nessuno può ricattarci”), il cancelliere tedesco Friedrich Merz (“grave slealtà”), il presidente francese Emmanuel Macron (“strumentalizzazioni), e poi la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, l’Alta rappresentante, Kaja Kallas, e più o meno tutti gli altri capi di governo, parlavano di Orbán senza prudenze lessicali.
Molto stravagante, nei giorni in cui il governo italiano riconosce l’autonomia del presidente della Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, ma biasima e contrasta la sua decisione di non opporsi all’apertura del padiglione russo all’Esposizione d’arte. Abbiamo preso una posizione dolorosa, confida di qua e di là Govanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, una specie di Mazzarino di Colle Oppio. Dolorosa ma inevitabile, poiché tutta Europa condivide la preoccupazione della propaganda artistica putiniana – la stessa propaganda di Valerij Gergiev se dirige Giuseppe Verdi a Caserta o di Svetlana Zakharova se balla Tchaikovskij a Roma, l’uno e l’altra bloccati da “pressioni istituzionali”. Invece le pressioni con Buttafuoco non funzionano, e Fazzolari deve tenersi lo sgomento per l’Italia isolata. Continua su Huffington Post


