La lasciò scivolare a cena, a Palermo, la sua Palermo: “Per scrivere occorre tempo. Scrivere è come celebrare messa. Bisogna raccogliersi, pensare, attendere la pace, la luce. Solo il tempo permette di scrivere qualcosa di notevole. Il resto è cosuzza”.
Era la frase di Giuseppe Sottile, il Flaubert di Gangi, un angolo di profonda Sicilia dove “l’eco della Bastiglia tardava ad arrivare”. Sottile usò la parola “notevole” e in cielo la luna ascoltava, nell’aria si respirava l’odore di gelsomino, a tavola c’era del vino bianco, ma un “tanticchia”. Un privilegio.
Mi trascinò a Mondello e a metà serata iniziò a parlare di Borges, lo scrittore cieco dell’infinito, e poi a distinguere la parola che resta da quella che passa, e come Flaubert, nella sua “Educazione sentimentale”, voleva avvisare che la parola scritta non deve essere sciupata. Come Flaubert, Sottile castiga i mercanti che “lusingano e stornano dalla loro strada gli artisti bravi, corrompono i forti, distruggono i deboli e rendono celebri i mediocri”.
Muovendo le sue mani rosate, pudiche, annobilite con Leocrema, così scriverebbe Sottile, anticipava: “Sto lavorando a un romanzetto. Credo stia crescendo bene. Lo voglio chiamare Palermo di chitarra e coltello. È una frase che Borges usa nell’Evaristo Carriego”. Quel romanzetto esce oggi, pubblicato per Einaudi.
Lo apro e vedo Sottile partire da Gangi, “un pizzo di montagna tra Nebrodi e Madonie”, insieme al padre, il Valentino della povertà, maestro di basti, selle per muli, corde e cuoio fino a scorticarsi le mani, improvvisamente sconvolto dalla modernità, dal motore dell’Ape, “la Lapa”, che distrusse l’Ottocento.
Vedo partire il giovane Sottile e scoprire il mare, dirigersi verso il seminario, a Pedara, sotto la montagna scantata, dello spavento, che è l’Etna.
È l’educazione sentimentale di Sottile in Sicilia, un prete mancato, per amore della bella Fiorina, la figlia del barbiere, Carmelo Lapunzina, il direttore di rasoio e solfeggio.
Pedara qui è una piccola Parigi e i Don hanno la sapienza dei Lumi, leggono di nascosto le poesie di Valéry, il “Paradiso Perduto” di Milton, impartiscono la regola santa: “Non dobbiamo consentirci una distrazione o volgarità”.
C’è il nome della rosa, ma è sempre Fiorina che fa sospirare il giovane Sottile e i turbamenti sono “melanconie” alla Teresa D’Avila, mentre i frati, al contrario di quelli di Umberto Eco, non barattano carne ma le “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar.
Si chiamano Don Greek, il maltese che insegna inglese, Don Frattallone, Don Scucces e quando Sottile abbandona il seminario lo salutano con un pensiero di San Paolo: “La fede è sostanza di cose non viste e di cose sperate”.
La miseria è impupata con i saponi di barberia, con pietra e allume, e il sopruso ha l’immagine chiara dei carabinieri a cavallo che fermano i Sottile, padre e figlio, inzuppati d’acqua.
Li obbligano a lavare le bestie con l’ultimo fiasco di vino rimasto e, scrive Sottile, “ci tremavano le gambe”, per “spezzare il silenzio pietrificato di mio padre cominciai a infinocchiare parole dotte”, ma lui mi “tappò la bocca. Poi guardò il fiasco che gli era rimasto vuoto tra le mani e lo scagliò contro un pizzo di roccia”.
Capisco adesso, da questo episodio, da dove deriva la medaglia che Sottile regala ai giovani giornalisti che dimostrano di valere qualcosa nella scrittura: “Hai fatto vedere di che erba è fatta la scopa”. Significa carattere, fatica, resistere all’insulto, al sopruso, alla vita di redazione che sa essere barbara, selvaggia.
Accedere all’inserto del sabato del Foglio, curato da Sottile, equivale ancora a entrare in un canone, l’occidentale, ed è come ricevere lo spirito, partecipare al conclave. Ogni articolo che Sottile individua ha la mozzetta da cardinale e deve avere l’ambizione di farsi scrittura sacra.
Per il Flaubert di Gangi l’articolo deve suonare, intonato, e la musica deve essere sincera come le note dell’orchestrina del barbiere Lapunzina.
C’è nel giornalismo che Sottile pratica, da Papa, la stessa improvvisazione della sua banda di paese, dei valzer suonati ai matrimoni, il lento imparare che si fa sapienza, la resa e la divisione tra le cosuzze e le cose che contano. Anche Sottile come Lapunzina divide il mondo della parola, i talenti, con il giudizio universale “il dire lo avrebbe, il fiato non ha”.
Scorro le pagine e trovo una lingua che avrebbe fatto innamorare Gesualdo Bufalino, “inconigliato”, “infacciolato”, “allumacato”, solo che Sottile la velocizza, da giornalista, e diventa milonga e jazz.
“’Stu carusu babbìa” è la minaccia della mafia a Sottile, cronista del quotidiano L’Ora, e Lima non è solo il nome di Salvo, il vecchio notabile della Dc ucciso, ma il consiglio, allora, per rimanere in vita: lima quando scrivi, lima.
Sottile insegue la letteratura e la letteratura si concede come la Sirena si concedeva a Tomasi di Lampedusa.
Le cronache di mafia, i brevi racconti di “piscialetti” e “goodfellas”, e quel repertorio di nomignoli, “ù Lucchiseddu”, “’u pirciatu”, “Cacauovo”, sono memorie che avrebbero incantato Sciascia, Sergio Leone, e sono già pronte per farsi cinema.
C’è lo studente che balbetta quando dice che il padre è un mafioso e anziché dire mafioso si inventa la categoria universale della nullità: “Forse mio padre non è proprio della mafia. Ma di mezzamafia c’è sicuro”. Diverso è lo “scannaliato”, l’uomo che ha conosciuto la malasorte, “il bagliore della lama”.
Quando Sottile deve allontanare il male usa la parola “miserabilità”, mentre “baciuzzi” è il sigillo del suo bene. Un dono.
Sottile non andava a Via Veneto. Sottile la sera andava tra le discariche di Sant’Erasmo, a Palermo, con il fotografo Nicola Scafidi a cercare cani incaprettati, la fotografia del morto crivellato da mettere in prima pagina. Era giornalismo da “a sangue freddo”, concorrenza crudele, da belve, solo che Sottile non porta le cicatrici. La sua pelle è liscia e il pensare scorre dalla testa alla mano, si fa nel suo caso parola infallibile.
La mano stringe la penna-rasoio e non trema, ma punisce. Sottile insegna che lo scrivere è simile alle olive che a novembre si vedono sotto l’Etna: quelle verdi, e piene, riempiono l’occhio, ma solo quelle nere, e secche, nutrono e hanno olio, concetti, idee.
Conosco giornalisti che usano gli aggettivi di Sottile, la sua colonia, per corteggiare le donne e domare la pagina bianca. Ricordo ritratti di uomini, potenti, che Sottile ha strizzato con un titolo e nel titolo c’era la chiave per uscire dal labirinto. Infallibile.
La frase la lasciò scivolare a cena, nella sua Palermo, la città dove si può morire, perfino di nostalgia: “Solo il tempo permette di scrivere qualcosa di notevole. Il resto è cosuzza…”. Sottile ha scritto qualcosa di grande ma come tutti i siciliani, grandi, rimpicciolisce: un romanzetto…
Palermo qui è felicissima come quella notte. Il giorno dopo erano “vuote le mani ma pieni gli occhi del ricordo di lui”.



