Un boss mafioso esce dal carcere dopo venti o trent’anni, torna nel quartiere dove comandava e scopre che il suo posto è ancora lì. Non deve presentare un curriculum, partecipare a un concorso, nemmeno fare una campagna elettorale. Gli basta tornare. I vecchi affiliati lo riconoscono, i giovani ne conoscono la fama, le regole mafiose riprendono vigore. Una specie di reintegro automatico, con tanto di anzianità di servizio.
È il quadro inquietante descritto dal procuratore di Palermo Maurizio De Lucia nell’intervista alla Stampa. Diversi boss sono usciti dal 41 bis, alcuni dopo decenni di detenzione. E il loro ritorno nei quartieri rischia di restituire forza e autorità a un’organizzazione criminale che lo Stato ha combattuto per decenni.
Il 41 bis non è una pena aggiuntiva, né una vendetta dello Stato. È uno strumento per impedire ai capimafia di continuare a dirigere le organizzazioni criminali dal carcere. Ed è stato decisivo per interrompere le comunicazioni e spezzare le catene di comando. Ma c’è un problema: una volta terminato quel regime, il prestigio criminale del padrino può essere rimasto intatto. E può bastare il suo ritorno per rimettere in moto l’organizzazione.
Nel frattempo, dentro le carceri, il sovraffollamento e la disorganizzazione rendono sempre più difficile garantire controlli efficaci. Circolano telefoni cellulari, entra la droga, si mantengono rapporti con l’esterno, si organizzano traffici e si impartiscono ordini. Il carcere, che dovrebbe interrompere le attività criminali, rischia in alcuni casi di diventarne una prosecuzione. Un luogo nel quale non soltanto si scontano i reati commessi, ma se ne preparano e se ne commettono altri. Una specie di ufficio distaccato della criminalità, con vitto e alloggio a carico dello Stato.
E qui arriva il paradosso. Abbiamo riempito il codice penale di nuovi reati, aggravanti e aumenti di pena, come se il numero degli anni di carcere promessi fosse l’unità di misura della sicurezza. Ogni emergenza produce una nuova fattispecie penale, ogni fatto di cronaca una proposta di inasprimento. È una forma di produzione legislativa a ciclo continuo: più reati, più pene, più annunci. E poi ci stupiamo se le carceri scoppiano e lo Stato non riesce nemmeno a controllare quello che succede al loro interno.
Dovremmo invece ragionare su quali condotte debbano comportare davvero la privazione della libertà e su come evitare che il carcere diventi la risposta indiscriminata a qualsiasi comportamento illecito. Non perché i reati siano tutti uguali, ma precisamente perché non lo sono. C’è una differenza enorme tra chi rappresenta un pericolo concreto per la collettività e chi può essere sanzionato efficacemente senza essere rinchiuso in una cella.
È un ragionamento che dovrebbe interessare soprattutto chi ha fatto della sicurezza la propria bandiera. Perché un sistema che pretende di mandare tutti in carcere rischia di non riuscire a garantire il carcere, nelle condizioni necessarie, a chi costituisce davvero una minaccia.
Mentre la politica si esercita nell’invenzione di nuovi reati e nell’aumento delle pene, i vecchi padrini tornano nei quartieri e ritrovano il loro potere. Da una parte si promettono anni di galera a ogni conferenza stampa. Dall’altra si fatica a impedire che chi ha governato Cosa nostra torni a esercitare la propria autorità criminale. E nel mezzo ci sono istituti penitenziari nei quali lo Stato fatica perfino a impedire l’ingresso di un telefonino.
È tempo che governo e Parlamento aprano un confronto serio. Sull’applicazione del 41 bis, sull’effettività delle pene, sulle condizioni delle carceri, sulla selezione delle condotte che richiedono davvero la detenzione e sulla capacità dello Stato di impedire la ricostituzione delle organizzazioni mafiose.
Perché la severità di uno Stato non si misura da quanti anni di carcere riesce a scrivere in una legge, ma dalla sua capacità di impedire ai criminali di continuare a comandare.
E se un padrino può tornare a casa dopo trent’anni e ritrovare il suo trono, mentre le carceri sono fuori controllo forse il problema non è che abbiamo scritto troppo poche pene. È che non riusciamo a far funzionare quelle che abbiamo.


