Sezioni Tematiche

Il leader è sfiancato,
dategli un aiutino

Non è un momento facile per Luigi Di Maio, capo politico del Movimento Cinque Stelle. Si era proposto per diventare il capo del governo e la trattativa con la Lega si è rivelata una trappola e nulla più. Ora tenta di recuperare quello che, con la nomina di Carlo Cottarelli, gli era sfuggito di mano ma la confusione anziché allentarsi si infittisce e ogni ora che passa è un martirio, un motivo di smarrimento. Una luce di speranza gli potrà venire dalle elezioni amministrative che si terranno domenica 10 giugno in Sicilia. Qui si vince facile. Qui la favoletta del reddito di cittadinanza attecchisce, eccome. E se i risultati non saranno una doccia fredda, come è successo in Molise e in Friuli, Luigino potrà sempre dire che il popolo lo..

La sinistra e la storia
di una grande pena

Meno male che Francesco Massaro ci ha riportato alla levità con il magnifico articolo che potete leggere qui accanto. Perché ci sarebbe da piangere. Nel momento in cui il presidente Mattarella si è trovato nell’angolo più buio e più incerto della storia repubblicana la sinistra politica della sua Sicilia e della sua Palermo non ha saputo mostrargli nemmeno uno straccio di solidarietà. Di fronte a tanti insulti e a tante infamie il Pd – cioè il partito che lo ha voluto al Quirinale – avrebbe dovuto mobilitare le masse, come si diceva una volta. Invece ha scoperto, nel miserevole raduno della Fonderia Oretea, che le masse non ci sono più. E che non c’è più nemmeno la sinistra. Né quella di Renzi né quella di Pietro Grasso, né quella di..

C’è un capopopolo,
servirebbe un sindaco

Guardate lo spettacolo della monnezza: la disastrata Roma di Virginia Raggi, a confronto, sembra Copenaghen. Poi guardate l’andamento dei trasporti pubblici: le carrette che ancora riescono a muoversi appestano l’aria e asfissiano i viaggiatori. Con buchi di bilancio da fare tremare i polsi. Infine guardate i lavori in corso: le strade di Palermo, dal porto a via Emerico Amari fino a viale Lazio, sono diventate delle trappole carcerarie, ucciardonesche. Per carità cristiana – Caritas Christi urget nos, annotava San Paolo – evitiamo di parlare delle periferie, in particolar modo dello Zen, luoghi geometrici di nefandezze e perdizione. Ma una parola sul governo di Leoluca Orlando va detta. Ed è una parola triste. Lui è stato e rimane un formidabile capopopolo: sa trascinare e sa illudere; ma il sindaco non lo..

Chi controlla chi?
Altro giro, altra corsa

Quando il potere politico è debole, il vuoto viene subito riempito da un potere parallelo. Ricordate Crocetta? Era un fanfarone e nulla più. Ma il suo vuoto veniva riempito da altri: da Giuseppe Lumia, non a caso chiamato “il senatore della porta accanto”, e dalla Sicindustria di Antonello Montante. L’inchiesta di Caltanissetta ha sputtanato sia l’uno che l’altro; e al posto di Crocetta c’è Musumeci che non ha neppure una maggioranza. Quale potere parallelo prenderà quota? La cosiddetta magistratura gialla. C’è in grande spolvero Gianluca Albo, procuratore della Corte dei Conti, ci sono le sezioni del Tar, c’è il Consiglio di giustizia amministrativa. Un tempo non lontano i governi temevano il pm Ingroia e le sue scudisciate. Oggi temono probabilmente di più le toghe gialle con le loro sospensive e..

Perché Leoluca non si può più perdonare

A Leoluca Orlando, sindaco e santone di Palermo, abbiamo perdonato tutto. Abbiamo dimenticato la sua antimafia estrema e il dissennato teorema del sospetto come anticamera della verità; gli insulti al giudice Giovanni Falcone e il linciaggio di quell'uomo mite e illuminato che rispondeva al nome di Leonardo Sciascia. Gli abbiamo perdonato le piroette politiche e tutte le smaccate pratiche clientelari; i giochi perversi per smarcarsi dalla Dc e quelli, altrettanto spregiudicati, per impadronirsi del Pd. Ma le scempiaggini su Palermo, quelle no. Altro che visione del futuro, giaculatoria che ripete da trent'anni. La città è perduta, irrimediabilmente perduta e maleodorante. E su questo l'eterno Orlando non può più essere perdonato. Nemmeno se rendesse una pubblica confessione dicendo: "Io il sindaco non lo so fare".

Bye bye, Angelino
senza rimpianti

Rimpianti? Né rimpianti né nostalgia. Angelino Alfano – prima pupillo, poi delfino, poi rivale di Silvio Berlusconi – è riuscito a solcare tutti i mari della politica, comprese le paludi del potere. E' stato ministro della Giustizia, dell'Interno, degli Esteri. In oltre dieci anni di poltronismo sfrenato, è stato abile nell'annusare il vento delle convenienze e altrettanto abile a cogliere il momento dell'addio. Con la vittoria dei grillini e l'arrivo del governo populista per Alfano i giochi sono finiti. E lui si è subito rassegnato a preparare gli scatoloni e a ritirarsi a vita privata, almeno così dice. La sua stella è caduta ed è difficile che torni a brillare. A meno che Salvini e Di Maio non portino l'Italia al disastro. Ma nemmeno in quel caso rimpiangeremo i funambolismi..

Ma lo Stato,
quando vuole, c’è

Ieri dal fiume paludoso della retorica è balzata fuori una notizia che può rinfrancare chiunque abbia a cuore, in questa Italia fastornata dal populismo, lo stato di diritto. Il ministro dell'Interno, Marco Minniti, ha dato via libera alla nomina di Andrea Grassi a capo della questura di Vibo Valentia, terra calabrese martoriata dalla 'ndrangheta. Grassi è indagato a Caltanissetta per associazione a delinquere: avrebbe aiutato Antonello Montante a costruire una rete privata di spionaggio e a compilare fangosi dossier con i quali l'ex capo di Sicindustria credeva di tenere a bada amici e nemici. Il Viminale, pur nel rispetto del lavoro svolto dalla magistratura, ha ritenuto di fare valere su Grassi il proprio giudizio di merito. Un avviso di garanzia non è una condanna definitiva. E Minniti ha voluto sottolinearlo..

Quanto disgusto
proverebbe Falcone

Sia detto con la devozione che si deve al sangue versato. Ma oggi l’Antimafia ufficiale – quella che va da don Ciotti a Maria Falcone – dovrebbe scegliere il silenzio se non addirittura il lutto. Sarebbe un modo per dire a chiunque abbia ancora voglia di lottare contro Cosa nostra che non tutte le antimafie sono uguali; perché sono state alzate alcune pietre e sotto c’erano i vermi. Tanti vermi. E tutti con i dentini affilati, per meglio rosicchiare soldi e potere. Certo, Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti di scorta trucidati ventisei anni fa a Capaci meritano tutti gli onori. Ma non basta passare un altro strofinaccio di retorica per cancellare lo scempio di verità e giustizia che molti suoi colleghi hanno fatto in questi ultimi anni. Se..

Fiammetta, ultima
speranza conosciuta

M a al punto in cui siamo a quale antimafia dobbiamo credere? Quella giudiziaria è naufragata con Silvana Saguto, giudice delle misure di prevenzione, e con tutte le scempiaggini che la magistratura è riuscita a combinare nei processi che a Caltanissetta avrebbero dovuto comunque scrivere una verità sulla strage che costò la vita 26 anni fa a Paolo Borsellino e agli uomini della sua scorta. Quella legalitaria di Antonello Montante e della sua Confindustria è finita ancora peggio: arresti, indagati, mascariamenti di ogni genere e qualità. Non resta che l'ardore di Fiammetta Borsellino, figlia di Paolo, che ha avuto il coraggio di incontrare in carcere i fratelli Graviano per convincerli a dire sulle stragi quello che ancora non hanno detto. Un'antimafia estrema, quella di Fiammetta. Figlia non di una speranza,..

Gerenza

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