C’era una parola magica. Una sola. Emergenza.

Con quella parola si può fare tutto: ribaltare decisioni, smentire promesse, calpestare territori. E soprattutto trasformare il provvisorio in definitivo senza nemmeno il fastidio di spiegare perché.

Succede a Porto Empedocle, sotto il sole di una spiaggia che nei libri di Andrea Camilleri profumava di ironia e dignità, e che oggi profuma solo di arroganza amministrativa. Lì dove la Sicilia raccontava se stessa al mondo, tra i fantasmi civili di Luigi Pirandello, lo Stato ha deciso che un dissalatore piantato in mezzo a una zona turistica era una buona idea. Anzi: un’idea temporanea. Anzi no: definitiva.

Il copione è sempre lo stesso. Prima la rassicurazione: “State tranquilli, è mobile”. Poi il rumore che non fa dormire nessuno. Poi le tartarughe che finiscono disorientate dentro l’impianto come un dettaglio folkloristico. Infine la verità: non si smonta nulla, si potenzia tutto. Vasche, portata, cemento. E arrivederci al provvisorio.

Il governo Giorgia Meloni e la Regione di Renato Schifani ci spiegano che è colpa dell’acqua che manca. Come se l’acqua che manca giustificasse l’intelligenza che abbonda poco.

Perché i siti alternativi c’erano. Eccome se c’erano. C’era un’area industriale. C’era un vecchio dissalatore abbandonato, costato milioni, lasciato a marcire come tante opere pubbliche siciliane.
Ma no: troppo logico, troppo ordinato, troppo lontano dal mare delle cartoline.

E così l’emergenza diventa il lasciapassare per l’ennesima scorciatoia sbagliata. Non si pianifica: si impone. Non si ascolta: si commissaria. Non si corregge un errore: lo si cementa. Come accade spesso in Sicilia il provvisorio diventa definitivo.

Il bello è che appena sei mesi fa, davanti a un consiglio comunale, il commissario Nicola Dell’Acqua garantiva che sarebbe stato tutto temporaneo. Sei mesi. Non sei anni. Sei mesi. Il tempo di una stagione, non di una bugia così grande.

Questa non è gestione dell’emergenza idrica. È la solita, stanca idea di potere: decidere dall’alto, sbagliare in basso e chiedere pure gratitudine. Meloni e Schifani la chiamano necessità. I territori la chiamano, più semplicemente, un abuso di emergenza.

E intanto la Sicilia perde acqua, perde credibilità, perde rispetto. Ma guadagna un altro monumento all’improvvisazione. Di quelli che non si smontano più. Come le scuse.