Se fosse rimasto a Gangi, «un pizzo di montagna senza storia e senza gloria», Giuseppe Sottile in un modo o nell’altro, sarebbe stato condannato all’uso della zappa. È un’amara constatazione, una netta presa di coscienza della realtà del dopoguerra. Perciò, quel migrare nel paese etneo di Pedara, nel collegio dei salesiani, fu l’inizio di una nuova vita, una scommessa, un aprirsi di nuovi orizzonti. Un po’ come quando suo padre lo portò a vedere il mare. Per un ragazzino di dieci anni nato nell’entroterra doveva essere come una folgorazione. Così, la prospettiva di diventare prima seminarista e forse anche prete, doveva sembrare una bellissima fuga dalla realtà seicentesca e immutabile del paese. Ma la vocazione tardava ad arrivare, complice uno sguardo e un bacio di Fiorina, la figlia del barbiere Lapunzina, che ebbe il potere di un grimaldello che sconquassa un forziere. Giuseppe dopo quattro anni dimenticò la severa regola di don Bosco, la lezione e i celebrati scrittori proposti da tanti bravi docenti salesiani, mise da parte Antico e Nuovo Testamento, Confiteor, Sanctus, per fare di testa sua.

Il passato riemerge nitido in “Palermo di chitarra e di coltello”, romanzo autobiografico di Sottile (Einaudi, 176 pagine, 15,50 euro) che nel titolo esprime un chiaro omaggio alla Palermo borgesiana di Buenos Aires, un tempo assai malfamata, oggi quartiere residenziale.

È un affresco colorito e intenso di vita vissuta. Sfilano uno dopo l’altro i protagonisti di questo racconto ricco e vaporoso di una comunità dell’entroterra, condannata alla miseria e all’arretratezza. La musica, però, è un’ancora di salvezza, è una promessa di evasione. Benedetti salesiani che hanno insegnato un po’ di chitarra e il giro di do, perché nel salone di barberia del maestro Lapunzina, rigorosamente frequentato da maschi maldicenti, chiusa la saracinesca è il regno di chiavi di Sol e biscrome, si celebrano le arie di Rigoletto e di Andrea Chénier. E via dalla bottega di via Piedigrotta con l’orchestrina volante a dispensare serenate sotto i davanzali o più meste marce funebri.

Bisogna dimenticare per un attimo gli stereotipi più abusati della Sicilia, quella dei fichidindia e dei delitti d’onore, dei briganti e dei gattopardi per seguire la storia narrata dall’autore, che avverte il lettore: «Fate spazio, se potete, alla Sicilia delle storie fragili, sminuzzate dal tempo e dalla lontananza. Poi, armati d’amore e di tenerezza, arrampicatevi in quel pizzo di montagna dove quattro picciottelli con gli strumenti in mano avvampavano di sogni e di ambizioni».

Ma la vita è un canovaccio tutto da dipanare, e finita l’epopea delle note, il nostro si ritroverà a fare il giornalista nel celebrato giornale L’Ora: «Chi me lo doveva dire? Da un paradiso fatto di toni e semitoni sono precipitato, come un Lucifero da quattro soldi, in un inferno di facce dentro il quale avrei dovuto distinguere il killer dal ruffiano, l’amico dal delatore, il pentito dal piscialetto».

E a quel punto la narrazione si fa “noir”, affiora la Palermo cruda e miserabile, losca e cupa, fatta di morti ammazzati, mafiosi, mezzimafiosi e ladruncoli che si atteggiano come tali ma non hanno proprio la stoffa. Come quel mariuolo di Settecannoli che si porta a casa i carassi della fontana Pretoria ma è colto in flagranza di reato e finisce dritto dritto davanti al pretore. Il quale fa di tutto per salvarlo, ma si arrende quando il reo dichiara che non sa proprio che pesci pigliare.