Palermo di chitarra e coltello di Giuseppe Sottile, edito di recente da Einaudi, è decisamente un libro bello, avvincente, intrigante già nel titolo che richiama Borges.
Dopo poche pagine ti senti catturato e indotto a non lasciare il testo fino alla sua conclusione.
Sottile ha utilizzato due diversi registri stilistici. Con il primo racconta una Sicilia remota, il suo paese, Gangi, frammento esemplare di una realtà atavica rimasta pressoché intatta al tempo dell’infanzia e dell’adolescenza dello scrittore. Che ti fa vivere le atmosfere, i personaggi, la dignitosa povertà, le marcate differenze sociali e le ingiustizie che segnavano quell’epoca.
Quasi come le immagini di un filmato in bianco e nero, scorrono le scene di vita, che coinvolgono in particolare chi quel mondo ha conosciuto, di scene analoghe è stato parte e come l’autore le porta con sé, bagaglio indispensabile del proprio patrimonio culturale ed esistenziale, sostrato di memorie che hanno alimentato le radici dell’esistenza.
Al di là della capacità di raccontare quel contesto, di farlo rivivere togliendogli la patina del lungo tempo trascorso, la lettura per me è stata di particolare interesse anche per talune sorprendenti affinità.
Il padre di Sottile costruiva, con la maestria propria dell’artigiano, le ultime vardeddi per i muli, i cavalli e gli asini, essenziali per quel mondo e quell’economia.
Mio padre agli stessi animali metteva i ferri, prima che sulla loro schiena venisse poggiata la vardedda alla quale appendere la sacchina delle vivande e i grami prodotti della terra.
Giuseppe Sottile venne mandato al seminario di Pedara, in un tempo nel quale per proseguire gli studi occorreva abbandonare il proprio paese. La sua famiglia aveva di certo immaginato per il proprio figlio un avvenire diverso dal proprio e per realizzare quel sogno scelse il “collegio dei poveri”, coltivando anche la prospettiva del sacerdozio come sbocco di una vocazione ma al tempo stesso opportunità di affrancamento sociale ed economico.
Costava poco, il seminario. E quello di Agrigento fu scelto per me dalla mia famiglia. Come Sottile, lo abbandonai quando percepii che la vocazione non mi sorreggeva adeguatamente.
Con qualche anno in più dell’autore ho conosciuto il suo stesso mondo. Nella mia memoria sono rimaste esperienze analoghe, personaggi ed episodi simili. Come Sottile sono stato testimone di quel tempo, della civiltà contadina spazzata via da mutamenti improvvisi. Come lui ho conosciuto i personaggi che, prima dell’omologazione di cui scrisse Pasolini, avevano caratteri, specificità, posture che li contrassegnavano, li rendevano unici, rimanevano impressi in chi, già da ragazzo, con curiosità guardava quella realtà e intuiva di doversela lasciare alle spalle.
Nel libro viene poi utilizzato un altro registro, quello proprio del grande giornalista, che conosce una Palermo tragica, melmosa, con una invadente presenza della mafia e della sua quotidiana violenza, della politica collusa, avida ed incapace, di una società destrutturata, priva di identità, in gran parte ignava e indifferente.
Lo stile del giornalista si fa più immediato, diretto, e tuttavia non contrasta né si sovrappone a quello utilizzato per il racconto. Semmai vi si integra, restituendo a Sottile la possibilità di comporre con le parole l’armonia che non riuscì mai a raggiungere attraverso lo strumento che da ragazzo suonava nella sgangherata banda di Gangi.
Ma qui c’è una profonda differenza tra l’impatto dell’autore con Palermo e quello, di qualche anno precedente, di chi scrive queste note.
Allora, all’inizio degli anni Cinquanta, la città che conobbi, all’età di quattordici anni, era quella devastata dai bombardamenti, segnata dalla miseria più greve, dalla scarsità dei beni essenziali per la sopravvivenza. Le strade del centro pullulavano di gente che tentava di andare avanti nei modi più vari e improbabili e ti induceva a domandarti come riuscissero a farlo. Poi capivi che in loro c’era una forza, una spinta. C’era la voglia di liberarsi da una condizione quasi disperata, con la certezza di poterlo fare.
Erano gli anni nei quali si era ad un bivio. Si sarebbe potuta imboccare la strada della modernità, della crescita sociale, civile ed economica analoga a quella che segnò in gran parte il resto del Paese, o quella raccontata da Sottile, della devastazione urbanistica, del dilagare del potere mafioso, di una borghesia bolsa, incolta, legata a doppio filo al potere politico e burocratico, complice spesso consapevole dei guasti della città, comunque incapace di assolvere al ruolo di classe dirigente.
Quella Palermo di chitarra e coltello Sottile la ritrae con l’apparente distacco del cronista, con un linguaggio che può sembrare perfino cinico ma che non riesce a nascondere la partecipazione emotiva di chi si è rapportato, giorno per giorno, con una realtà che, se pure non coglieva per intero la condizione variegata della città, la segnava, la deturpava, la degradava, offriva a molti gli spunti per descriverla spesso in modo sbrigativo e stereotipato.
Al mondo ingenuo, semplice, arcaico di Gangi, ai sentimenti autentici, ai personaggi spontanei, subentra quello di una città disperante, quasi deprivata di umanità, senza un tessuto sociale connettivo, labirintica, per citare Borges, nella quale chi stava dalla parte della legalità pareva soccombere e chi aveva il compito di raccontarla poteva apparire rassegnato ad un finale tragico.
Tuttavia, proprio dal libro di Sottile emerge che a Palermo, insieme alla violenza, al degrado, ai compromessi, c’era qualcos’altro. C’erano molti uomini dello Stato, che lottavano ad armi impari ma senza cedimenti, con una determinazione che talora conduceva ad esiti tragici e segnava comunque la premessa di un riscatto, seppure parziale.
E in quella città scombinata, sfregiata, circondata da isole dove quasi a forza era stata condotta una parte notevole del sottoproletariato urbano, restava lo spazio per espressioni culturali rilevanti, che Sottile coglie e valorizza.
Proprio da uomo di cultura, da giornalista di razza, da scrittore autentico.


