Ha scritto Montanelli di un soldato siciliano che nella Grande Guerra ostentava distacco, freddezza, quasi contrarietà e sicuramente estraneità al conflitto incorso. In trincea si muoveva svogliatamente quasi a mettere in evidenza che quella non era la sua guerra e che le grandi parole d’ordine come patria, sicurezza dei confini, conquista sacra, non lo riguardavano.
Un giorno quel soldato fu bersaglio di un cecchino austriaco che quasi lo colpì. Allora il giovane siciliano esclamò: “A mia”? E da quel momento divenne un guerriero forte e combattivo. Perché era stato toccato personalmente, perché si era visto coinvolgere anche se lui la guerra non l’aveva voluta e non la voleva.
Ma il danno al suo io, alla sua persona era la motivazione forte che lo guidava nella vita. Così secondo uno stereotipo che non è privo di verità. La politica delle idee, anche di quelle più piccole e modeste come si conviene a democrazie in crisi, non mobilita, non interessa, non riguarda. Soprattutto quando in luogo delle idee va in scena una rissa continua per i posti, le cariche, i ruoli senza programmi e senza valori vissuti. Ma solo evocati retoricamente.
Così forse è stato anche per il referendum. Che per i giovani ha visto smuovere l’idea di una difesa delle libertà, dei valori della Costituzione. Una difesa che è stata vissuta come propria e ha quindi mobilitato per il rafforzamento e non il superamento della separazione dei poteri. Della magistratura ritenuta attaccata dal potere politico, per scopi non nobili quali la immunità dalle inchieste. Nella memoria di magistrati eroi e martiri della lotta alla corruzione ed alla mafia.
Per un alto numero di siciliani invece è stata una lotta tra poteri entrambi distanti e lontani dall’interesse proprio. Una lotta tra corporazioni, una contesa per il primato. Che non riguarda la vita reale, i bisogni, gli interessi quotidiani. Che non mette in discussione la volontà di resistenza e che semmai induce alla resa. Proprio nel senso di un’indifferenza, di una svogliatezza, di una non partecipazione. Difatti, come anche in altre realtà meridionali, ma qui di più, il tasso di astensione è stato alto, ormai quello consueto anche nelle elezioni politiche.
Sembra che si sia pensato che dalla vittoria dell’uno o dell’altro schieramento, non ne sarebbe venuto niente di niente a ciascuno. Chiuso nel proprio narcisismo anarchico, nei bisogni incalzanti e vissuti come un padrone severo, un largo numero di elettori siciliani ha preferito stare a vedere, non rischiare la propria irrilevanza, non mettersi al seguito. Che è quello che naturalmente fa nel caso di scelte elettorali ordinarie. Per il comune, per la Regione.
Non c’erano questa volta padrini da servire anche solo fittiziamente. Per avere qualcosa in cambio. Non c’erano politici da vezzeggiare e da cui essere gratificati con qualche consolazione di posti, trasferimenti, benefici, bonus. Anche se illusori e tali da scoraggiare facilmente la maggioranza dal recarsi alle urne. Perché non è spazio per tutti. E ogni volta che si fa un favore, come diceva il re Sole, si ottengono mille nemici e un ingrato. O perché disgustati da questo stato di cose.
Purtroppo, nel corso degli anni la politica regionale e locale è venuta degenerando proprio nell’assecondare questo vizio troppo diffuso ancora. Sperabilmente nella generazione più giovane emerge una consapevolezza diversa che può essere indice di una voglia di politica nuova, di resistenza alle prepotenze o a ciò che si ritiene tale. Poco importa che questo spirito di resistenza e di difesa della Costituzione sia stato poco fondato sul testo della riforma.
Che fosse non veritiero come ha spiegato Augusto Barbera, siciliano illustre, professore di diritto costituzionale a Bologna, già parlamentare di sinistra e Presidente emerito della Corte Costituzionale. I siciliani sono corsi a votare contro. Stavolta non hanno chiesto: “chi c’è ppi mia”? E, come disse Churchill, cacciato dopo aver vinto la guerra: “questa è la democrazia”. Peccato che così non cambi mai nulla.

