La sanità siciliana è governata da un principio semplice: quando la politica ha bisogno di muovere una pedina, lo fa. Anche se quella pedina dirige l’azienda sanitaria più grande dell’isola o il dipartimento che governa la programmazione sanitaria regionale. Gli ultimi mesi offrono due casi speculari che raccontano bene questo modo di procedere: quello di Daniela Faraoni all’Asp di Palermo e quello di Salvatore Iacolino alla Pianificazione strategica. Due decisioni politiche che hanno interrotto altrettante esperienze amministrative in comparti chiave della sanità.
Il primo caso risale al gennaio del 2025, quando Renato Schifani decide un cambio di vertici dell’assessorato della Salute. Una scelta presentata come garanzia di competenza: Faraoni è il direttore generale dell’Asp di Palermo, la più grande azienda sanitaria dell’isola. Un curriculum solido, una figura tecnica. Ma proprio quella promozione produce un effetto collaterale evidente: l’Asp di Palermo resta senza una guida stabile. Parliamo della più grande azienda sanitaria della Sicilia, con centinaia di strutture e un budget enorme: un sistema sanitario dentro il sistema sanitario.
La sostituzione, però, non arriva subito. Passano i mesi, le promesse di una nomina imminente si accumulano e la soluzione viene rinviata più volte. Alla fine la partita si chiude soltanto quasi un anno dopo, quando la Regione decide di affidare l’incarico ad Alberto Firenze, medico e manager sanitario noto per il ruolo svolto durante l’emergenza Covid. La sua nomina completa finalmente l’iter aperto con l’uscita di Faraoni. Ma nel frattempo l’Asp è rimasta senza un direttore generale pienamente investito del ruolo per circa undici mesi.
Un vuoto amministrativo non banale, provocato da una scelta eminentemente politica. Perché la decisione di portare Faraoni in giunta non nasce da una crisi gestionale dell’azienda, ma da una valutazione di equilibrio all’interno della maggioranza regionale. Che porta la firma di Schifani e del suo fidatissimo vice, Luca Sammartino. Una scelta che testimonia la sintonia politica tra i due, dal momento che il nome di Faraoni non ha mai entusiasmato il resto della coalizione: la sua permanenza è stata contestata più volte, perfino dentro Forza Italia, dove qualcuno ne ha chiesto la sostituzione perché considerata una figura troppo “tecnica”. Oggi è Fratelli d’Italia a metterne in discussione l’operato.
Il secondo caso riguarda invece il Dipartimento regionale della Pianificazione. Qui la storia è più recente e ancora più esplicitamente politica. Il dirigente Salvatore Iacolino è una delle figure centrali della macchina sanitaria. La Pianificazione strategica è il luogo in cui si disegna la rete ospedaliera, si programmano i servizi e si governano i flussi finanziari più consistenti. In altre parole, è il dipartimento con il budget più grande – circa 10 miliardi l’anno – e con il peso decisionale più alto.
Eppure anche questa esperienza amministrativa finisce travolta dagli equilibri della maggioranza. FdI contesta la permanenza di Iacolino e chiede un cambio di passo. La pressione politica cresce, il tema diventa terreno di scontro interno alla coalizione – e perfino durante una seduta all’Ars, quando i patrioti s’inventano i franchi tiratori e impallinano la manovra-quater – e alla fine il dirigente viene spostato al Policlinico di Messina. Anche in questo caso il risultato è un vuoto. Attualmente l’incarico è stato assegnato ad interim all’avvocato generale Giovanni Bologna, ma servirà un atto di interpello per stabilire chi verrà dopo. Passeranno settimane, forse mesi.
Si tratta di due vicende diverse ma con una trama identica. Nel primo caso la politica promuove un manager e lascia scoperta l’azienda più grande dell’isola. Nel secondo sacrifica il dirigente che guida il dipartimento più importante. In entrambi i casi le decisioni nascono da valutazioni di equilibrio politico.
Il paradosso è che tutto questo non sembra nemmeno garantire particolari dividendi politici al presidente della Regione. Anzi. Nonostante Schifani abbia seguito con una certa disciplina le richieste degli alleati – come dimostra proprio la vicenda Iacolino – da Roma arriva un segnale tutt’altro che rassicurante.
In una recente intervista a La Sicilia, il ministro Nello Musumeci ha ricordato che nel centrodestra non esiste alcuna regola che garantisca automaticamente il secondo mandato ai governatori uscenti. «Non faccio pagelle. Auguro al presidente Schifani buon lavoro», dice Musumeci. «Quanto al bis, decidere spetta alle forze politiche del centrodestra. Ormai in Italia non c’è più una regola sugli uscenti».
Nel 2022 fu proprio Musumeci a fare un passo indietro per consentire alla coalizione di convergere sul nome di Schifani. E oggi lo stesso Musumeci ricorda che quella decisione rappresenta uno dei precedenti che dimostrano come la regola del secondo mandato non esista più. Insieme ai casi del Molise nel 2023 e della Sardegna nel 2024. Tradotto: mentre la politica continua a spostare pedine dentro la sanità, la partita vera – quella del prossimo candidato alla guida della Regione – resta ancora tutta da giocare.


