L’eredità materiale di Silvio Berlusconi c’è tutta. Anche nel fruttare ancora. Le cronache, infatti, riferiscono riguardo alla vendita della villa di Porto Rotondo. Acquistata per una somma di 350 milioni dallo sceicco qatariota Al Thani. Tutta salute.

L’eredità politica invece è andata dispersa. Giusto nell’agone dove egli è riuscito a ritagliarsi un ruolo nella storia degli italiani. C’è l’aeroporto col suo nome, è vero, ma Malpensa è merito di Matteo Salvini, non di Antonio Tajani: è il tributo di una identità di territorio, puro orgoglio lumbard, nulla che riporti al popolo delle libertà.

Ben diversa sorte tocca ai suoi valori, al suo lascito ideologico. Per non dire delle sue stesse indicazioni. Come in politica estera, dove fino all’ultimo dei suoi giorni, il Silvio censurato dai suoi stessi giornali si raccomandava di tenere a distanza il sig. Zelensky che giudicava “molto, molto negativamente”.

Indicazioni tutte disattese, quelle della politica. Per non dire del tormentone sulle gonne lunghe del morigerato Tajani, recentemente apparso quale meme in rete, giusto a smantellare il fasto muliebre del libertinismo del Fondatore. Quasi un contrappasso rispetto al “lettone di Putin”, il sontuoso giaciglio dell’epopea boccaccesca che fu.

Disposizioni testamentarie, al contrario, tutte giunte a buon fine. L’uomo del nuovo miracolo italiano, là dove ci sono antenne e concessioni tivù, società e quotazioni in Borsa, barche e quant’altro di aerei e sontuose dimore, con un capolavoro di sapienza notarile da lui stesso governato riesce nell’opera ad altri impossibile.

Varcando la soglia della tomba, nessun Mastro don Gesualdo – a nostra memoria – nello spartir loro la “roba” è riuscito a far contenti i propri eredi. Silvio invece, sì. Nessuno tra figli, famiglia, nipoti ed amici ha litigato. Ciascuno della cerchia stretta ha goduto di quel patrimonio immenso, specchio del suo successo in vita mentre Forza Italia, ovvero il partito con cui Berlusconi mise la parola fine alla Prima Repubblica, è oggi – povero lui – l’esatta antitesi di lui.

Quella stagione felicemente pazzotica dove da Palazzo Chigi “il dottore” liberava le energie di una modernità anche insaziabile e ghibellina non c’è più. Non ha lasciato traccia. Ed è come se il trauma inferto al guelfismo obbligatorio dell’ideologia italiana – le due chiese inamovibili del potere “catto” e “comunista” – non avesse mai avuto luogo. E così è se il centrodestra di oggi risulta interscambiabile col centrosinistra a guida PD.

Come il lascito storico di Camillo Benso di Cavour non poté certo proseguire sotto il tricolore del PLI, il minuscolo Partito Liberale Italiano di Malagodi e Altissimo, così lui – il già Beato lui – è soltanto una memoria remota quando tutta la sua rivoluzione liberale non si aggiorna rispetto ai giorni felici e fugaci del Silvio col sole in tasca.

Con l’eccezione di Roberto Occhiuto, valido governatore delle Calabrie, e di Giorgio Mulè, perfetto per andare ad aggiustare quella parodia di centrodestra che c’è in Sicilia ­– giusto la terra del Belluscone trionfante sotto la guida dell’insuperato Gianfranco Micciché – è tutta una minestrina riscaldata, totalmente scollegata dal blocco sociale di intraprendenza e partite IVA con cui l’Italia che lavora ebbe a costruire la sua avventura.

La stessa disorganicità del suo lavoro politico fiorisce altrove. Con campioni fuori scuderia come un Luca Zaia o come con Matteo Renzi – ancora più coerente con il Silvio in purezza – che se non è un successore di Berlusconi, è di certo l’erede di uno stile ben riconoscibile.

La festa dei suoi novant’anni – quelli che avrebbe compiuto giusto pochi giorni fa – è trascorsa giustamente a tavola, nel pranzo che riunisce famiglia e veri amici e nella Santa Messa. La festa di un giorno, per raccontare – come in un film di Pietro Germi, o come nella commedia musicale di Garinei & Giovannini – l’innesto del beatissimo sorriso in politica, la famosa pratica di sangue & merda. Come insegna da sempre Rino Formica.