La Sicilia fa notizia solo quando c’è la mafia. Tutto il resto, spesso, sembra una notizia di cronaca da un Paese remoto: la ascolti, annuisci, ti dispiace. Ma non ti riguarda davvero. E soprattutto: non è urgente.

Fateci caso. Un ragazzo viene accoltellato a Milano e per fortuna resta vivo: titoloni, aperture, talk show che ci costruiscono sopra una settimana di sociologia spiccia e indignazione a gettone. Tre ragazzi vengono uccisi in piena piazza a Monreale: lo spazio minimo sindacale, due servizi, poi via. Come se la morte avesse un codice di avviamento postale, e il dolore un valore di mercato.

E non riguarda solo il sangue. Perfino gli episodi di corruzione che hanno visto coinvolti esponenti politici di primo piano hanno avuto rilevanza mediatica notevolmente più ridotta rispetto ad analoghi fatti accaduti a Milano quasi contemporaneamente. Stessa materia, peso diverso. Come se l’indignazione avesse una tariffa: più alta al Nord, scontata al Sud. Qui è quasi “normale”, altrove è “scandalo”.

Poi arriva l’emergenza. Alluvione in Emilia-Romagna: giusto clamore mediatico, giusta solidarietà, angeli del fango, raccolte fondi, la politica che si mette gli stivaloni e si fa trovare pronta davanti alle telecamere. In Sicilia arriva un uragano vero, con onde che sembrano prese in prestito dalla Florida o dal Golfo del Messico, danni enormi, case sventrate, strade saltate, imprese a terra: qualche servizio qua e là, un paio di giorni e la notizia evapora. I guai, invece, restano. E restano a chi li ha avuti.

Anche il governo si muove così: per l’alluvione la premier lascia in asso il G7 e si precipita nel fango, perché il fango, si sa, è fotogenico, fa “leadership”, produce empatia in alta definizione. Per l’uragano in Sicilia, tra un giro in Oman, Giappone, Corea, Roma e Bruxelles, non si trova un minuto. Non una visita, non un gesto che dica: “Ci sono”. È come se l’isola fosse una periferia della Repubblica, buona per le cartoline e per i comizi, ma non abbastanza centrale per le emergenze.

E no: non è solo il vecchio paradigma del vittimismo meridionale, dell’irredimibilità. Non è soltanto l’idea tossica che “tanto lì è sempre così”, che “lì non cambia mai niente”, che “lì se la sono cercata”. C’è anche dell’altro, ed è più amaro perché è nostro.

La Sicilia è utile per ogni forma di ascarismo: perfetta per costruire classi dirigenti servili, perfetta per i notabili chiamati a emergere in campagna elettorale, a trasferire voti ai capi romani e poi a eclissarsi, come se qui si venisse solo a riscuotere e mai a restituire.

In piena crisi internazionale, Ucraina, Palestina, Venezuela, Groenlandia, il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha sottratto due giorni a occuparsi di pace nel mondo e si è dedicato 48 ore, tra Catania e Palermo, a mettere pace tra i notabili del suo partito in vista di un rimpasto di governo. Poi, naturalmente, nei giorni della calamità non si è vista l’ombra di lui.

Quando arriva l’ora delle urgenze vere, quelle che chiedono soldi, competenze, presenza, scelte, allora la Sicilia smette di esistere. Viene messa nel sottoscala.

E così succede questa cosa terribile e quotidiana: l’isola finisce per essere raccontata come un problema, non come un pezzo di Paese. Come una parentesi, non come una priorità. Come un granaio elettorale dove le tragedie fanno meno rumore, e le emergenze durano meno nei titoli.

La Sicilia, insomma, non viene dimenticata per distrazione. Viene dimenticata perché conviene. E perché, troppe volte, ci siamo abituati anche noi a farcela dimenticare: litigando mentre l’acqua sale, dividendo mentre il vento distrugge, gridando mentre tutto chiede soltanto una cosa semplice e rivoluzionaria: essere presi sul serio.

C’è la voluttà di battagliare. Di dividersi. Di accusarsi. Di trasformare qualunque tragedia in un derby, qualunque urgenza in una resa dei conti. Una gara a chi grida di più e costruisce meno. Una liturgia dello scontro che va ben oltre la normale dialettica e diventa un sabotaggio permanente della concretezza. Tante passerelle nei luoghi del disastro, tante dita puntate, poca sostanza.