Chi salverà la sanità siciliana? Al momento, nessuno. Perché è tutto per aria: gli scandali hanno divorato la credibilità del sistema, la politica non esprime un assessore abbastanza forte da imporsi davvero, la burocrazia ha perso il suo perno e la rete ospedaliera, che dovrebbe garantire il diritto alla cura, è stata rispedita al mittente dal Ministero. Il piano siciliano, infatti, è stato giudicato pieno di disallineamenti, incongruenze, storture, dati che non tornano. In certi casi perfino posti letto indicati con valore negativo, codici mancanti, reparti senza una collocazione chiara.

La sanità siciliana, d’altronde, non ha nulla di ordinario. A marzo il governo Schifani, su proposta dell’assessora Daniela Faraoni, ha sospeso Salvatore Iacolino dalla guida del Policlinico di Messina e ha avviato il procedimento di revoca della nomina. Poche ore dopo sono arrivate le dimissioni. Su Iacolino, ex dominus della Pianificazione strategica dell’assessorato alla Salute, pende un’inchiesta della Procura di Palermo per concorso esterno: le accuse contestate dai magistrati sono pesantissime e vanno maneggiate con tutte le cautele del caso, ma il dato politico è già devastante. Per anni uno dei gangli decisivi della sanità siciliana è stato affidato a un uomo poi travolto da un’indagine che ha investito il cuore stesso delle relazioni fra uffici, nomine e potere.

Come se non bastasse, pochi giorni dopo la Procura ha chiuso le indagini sull’illecita gestione di appalti e nomine nella sanità regionale notificando nove avvisi di conclusione dell’inchiesta. Tra i destinatari c’è Totò Cuffaro, ai domiciliari, con accuse di corruzione e traffico di influenze, tutte ovviamente da vagliare. Ma già questo è sufficiente per dire che il problema non riguarda un episodio isolato: riguarda un sistema di influenza che per mesi, e forse per anni, ha aleggiato sopra la sanità come una seconda regia, parallela e opaca.

In mezzo a questo sfacelo c’è un’assessora che conosce la macchina, ma non sembra in grado di dominarne il peso politico. Daniela Faraoni è una tecnica di lunghissimo corso, arrivata all’assessorato dopo una carriera tutta interna al sistema sanitario e dopo l’esperienza alla guida dell’Asp di Palermo. Proprio questa biografia la rende esperta dei meccanismi, ma non automaticamente autorevole sul piano politico. E infatti, nel momento in cui la sanità siciliana avrebbe bisogno di una figura capace di alzare la voce contro partiti, correnti e pressioni varie, a piazza Ottavio Ziino si cerca soprattutto di limitare i danni. Anche per questo l’assessorato alla Salute continua a essere una delle caselle più osservate e desiderate nel risiko della maggioranza: Fratelli d’Italia non ha mai smesso di guardarlo come alla poltrona più pesante della giunta e, se davvero il rimpasto dovesse prendere corpo, difficilmente rinuncerà a rivendicarla.

Un altro paradosso è che, mentre si annunciano bandi, selezioni e nuove procedure, manca proprio il vertice burocratico che dovrebbe tenere insieme la programmazione. Dopo il passaggio di Iacolino al Policlinico, la Regione ha dovuto correre ai ripari: la Giunta il 4 marzo ha avviato un nuovo interpello per il dirigente generale del dipartimento Pianificazione strategica e, nelle more, ha affidato l’incarico ad interim all’avvocato Giovanni Bologna. Tradotto: il dipartimento che maneggia la leva più delicata della sanità siciliana, cioè programmazione, assetti, risorse e architettura del sistema, è retto in via provvisoria.

Nello stesso tempo il governo prova a esibire una controprova di rigore: la nuova procedura per selezionare i direttori generali delle aziende sanitarie e ospedaliere. Nelle intenzioni ufficiali dovrebbe essere il primo passo verso una sanità sottratta alle logiche politiche e affidata a manager scelti per competenza, esperienza e merito. Il meccanismo è più articolato del passato: accesso riservato a chi è già inserito nell’elenco nazionale del ministero della Salute, prima valutazione per titoli e colloquio per formare una rosa di idonei, poi terne costruite per ciascuna azienda da una commissione di esperti, e infine la scelta dell’assessore da sottoporre alla giunta. Ma la domanda è troppo semplice per essere elusa: basterà un atto d’indirizzo, o una procedura più elegante, a cancellare una pratica che in Sicilia ha trasformato per anni i vertici della sanità in terreno di compensazione fra partiti?

Questo è il punto. La Sicilia non ha soltanto ospedali che arrancano, pronto soccorso congestionati, carenze di organico e territori che aspettano da anni una rete degna di questo nome. C’è il rumore delle inchieste, ma non c’è una linea. C’è il rito dei concorsi e delle nomine, ma non c’è la garanzia che a guidarli sia una struttura impermeabile alle pressioni. E soprattutto, mentre si moltiplicano avvisi, incarichi, stabilizzazioni, progressioni e nuove procedure di reclutamento, il sospetto è che la politica continui a usare il lessico delle assunzioni come un linguaggio di consenso, più che come l’inizio di una ricostruzione. Dai bandi per medici d’urgenza e pediatri nelle aziende sanitarie fino agli incarichi libero-professionali per psichiatri e specialisti di pronto soccorso, la sanità resta uno dei fronti più esposti di questa nuova stagione di contratti. Ma se manca una visione di insieme, anche il reclutamento rischia di diventare un inventario di toppe, non una strategia.

E poi c’è Schifani, che sulla sanità continua a dare l’impressione di inseguire l’emergenza, invece di governarla. In questo senso l’articolo di Davide Faraone su Buttanissima coglie un punto vero quando descrive la sanità siciliana come il regno delle “scatole vuote”: strutture annunciate, numeri sbandierati, procedure avviate, ma una fatica enorme a trasformare tutto questo in servizi reali e funzionanti. Il problema è che oggi quelle scatole vuote non sono più solo le Case e gli Ospedali di comunità. È una scatola vuota anche una politica che non riesce a proteggere il settore più sensibile dalle sue clientele e dai suoi imbarazzi. È scatola vuota una riforma ospedaliera scritta male. È scatola vuota una filiera decisionale che si inceppa appena salta il super-burocrate di turno.

E allora la domanda iniziale resta lì, in tutta la sua crudezza: chi salverà la sanità siciliana? Non un’assessora tecnica lasciata troppo spesso sola, e già circondata dalle ambizioni di chi considera la Salute una casella da presidiare nel prossimo rimpasto. E forse neppure Schifani. In Sicilia la sanità è il punto esatto in cui si vede se il potere serve i cittadini o serve se stesso. E da qualche tempo, purtroppo, la risposta è sempre più chiara.