Trentatré milioni di euro. Tanto vale, per la Sicilia, il primo stanziamento deciso dal governo nazionale per fronteggiare i danni del ciclone Harry. Una cifra che, rapportata a una prima stima ormai superiore al miliardo, fotografa plasticamente la distanza tra l’emergenza reale e la risposta politica. Non si tratta di polemica, ma di proporzioni: mentre interi tratti di costa franano e città come Niscemi rischiano l’isolamento, la Sicilia è ridotta all’elemosina, con l’evidente irritazione di Schifani.

Nella cittadina in provincia di Caltanissetta due delle tre vie d’accesso alla città sono state inghiottite da sistemi franosi, con il rischio concreto di isolamento. Per dare una mano agli sfollati e mettere in sicurezza il territorio, ma anche per assistere i gestori dei lidi balneari inghiottiti dalla furia del mare, esiste davvero un’alternativa più razionale che rendere disponibili risorse fin qui inutilizzate?

Il riferimento è inevitabile: il miliardo e trecento milioni di euro del Fondo per lo sviluppo e la coesione destinati al Ponte sullo Stretto, nell’ambito dell’accordo di programma firmato tra il governo Meloni e la Regione. Soldi che risultano tuttora “congelati”, mentre l’iter dell’infrastruttura procede a rilento, anche a causa dei rilievi della Corte dei Conti. La domanda, allora, è semplice e per questo scomoda: se l’emergenza è reale e certificata, perché quelle risorse restano intoccabili? Perché il simbolo della grande opera – mentre il ministro Salvini continua a tenersi prudentemente lontano dall’Isola – continua a prevalere sulla messa in sicurezza di un territorio che frana davvero?

Dentro questo quadro già fragile si inserisce un secondo corto circuito, che rende l’intera vicenda politicamente indigesta. Mentre Roma stanzia “solo l’inizio” e Palermo fa i conti con i danni, il presidente dell’Ars, Gaetano Galvagno, si adopera per riattivare un vecchio Iban e aprire una raccolta fondi (che anche il suo mentore, Ignazio La Russa, aveva auspicato durante la visita alle zone flagellate del Messinese). Il suo appello, però, è stato accolto con insofferenza da parte del web. Perché in effetti Galvagno è al centro di un’inchiesta della Procura che gli contesta la corruzione impropria (per la quale ha richiesto il giudizio immediato). Il suo “cerchio magico”, come rivelato dalle carte dei magistrati, avrebbe beneficiato di consulenze strapagate – le cosiddette “utilità” – in cambio di contributi regionali per l’organizzazione di eventi vari ed eventuali.

A dare corpo alle tesi dei pm è arrivato un riscontro materiale: un foglio sequestrato dalla Guardia di finanza durante una perquisizione a casa dell’organizzatore di eventi Alessandro Alessi, uomo di fiducia del presidente dell’Ars. Un pizzino con nomi e cifre che, secondo gli investigatori, fotografa plasticamente la spartizione degli incarichi all’interno del “cerchio magico” di Galvagno. Il riferimento è all’evento “Un magico Natale 2023”, finanziato con 100 mila euro di contributi pubblici fatti avere alla Fondazione Dragotto con il placet dell’Ars. Su quel foglio compaiono le presunte ricompense: “Sabrina 10.000, Ale 12.000, Marianna 12.200”.  Per la Procura non si tratta di annotazioni casuali, ma della conferma di un meccanismo: contributi pubblici sponsorizzati dal presidente dell’Ars e, in cambio, incarichi e utilità distribuiti a un gruppo ristretto di fedelissimi – Sabrina De Capitani, Marianna Amato, Alessandro Alessi – secondo una logica di spartizione interna.

A questo si aggiungono altri elementi già noti. La “califfa” De Capitani, ex portavoce di Galvagno, avrebbe percepito oltre 20 mila euro in contanti dalla società Puntoeacapo per attività di mediazione e public relation legate a eventi finanziati con contributi regionali, tra cui il Capodanno 2024 a Catania. Alla stessa De Capitani, Galvagno avrebbe inoltre firmato un contratto di collaborazione per la Fondazione Federico II: 72 mila euro per 14 mesi, senza passaggi formali nel consiglio di presidenza, a fronte di poteri di fatto assimilabili a quelli di una direzione generale. Nel perimetro delle utilità rientrano anche gli incarichi per la comunicazione all’addetto stampa di Galvagno e una sistematica richiesta di biglietti omaggio per concerti destinati al presidente dell’Ars, a parenti e collaboratori. Una somma di benefit e favori che, messi in fila, descrivono un sistema rodato. Mentre la cifra contestata all’autista del presidente dell’Ars, per missioni fantasma, si aggira sui 19 mila euro.

Non sarebbe il caso di chiedere la restituzione di quei denari e dirottarli sulle mille emergenze che attanagliano i siciliani? O basta un video opportunity – con un messaggio sullo sfondo: ‘i soldi metteteceli voi’ – per lucidare un’immagine pubblica sgualcita dalle inchieste? Prima di chiedere ai cittadini di supplire alle carenze dello Stato, bisognerebbe interrogarsi su quanto denaro pubblico sia stato trasformato in utilità private e se non sia il caso, anzitutto, di partire da lì.

Sullo sfondo resta un’ulteriore questione rimossa: l’abusivismo costiero. Le frane e le mareggiate colpiscono territori fragili anche perché, per decenni, si è costruito dove non si doveva. Senza criminalizzare le vittime, ma con onestà intellettuale, il tema va posto: chi ha edificato fuori dalle regole deve essere risarcito alle stesse condizioni di chi era in regola?

I trentatré milioni, allora, non sono solo pochi. Sono il simbolo di una gerarchia delle priorità distorta: grandi opere intoccabili (il Ponte), sistemi di potere nutriti a piccoli soldi, territori dimenticati, appelli beffardi alla solidarietà. A questo punto, più che nuove collette, servirebbe una resa dei conti sulle risorse già stanziate – e su come sono state usate. Non è che il ‘braccino corto’ di Musumeci sia legato anche a questo?